Se radical non basta, il design si fa “super”. Una conversazione con Maria Cristina Didero

Se radical non basta, il design si fa “super”. Una conversazione con Maria Cristina Didero

by Sebastiano Bazzichetto

TORONTO – Curatrice indipendente, scrittrice, giornalista. Tra le molteplici attività e passioni che la tengono occupata, tra i molti  ambiti di ricerca e lavoro in cui ama immergersi, a Maria Cristina Didero non manca quello della storia, la sua idiosincrasia più squisitamente accademica che la portò a laurearsi in storia dell’Unione Sovietica.

Ed è proprio questo suo amore per la ricerca storica uno degli elementi fondamentali che l’hanno portata a curare questa mostra sul design cosiddetto radicale.

Tra un volo per Bruxelles ed una mostra a New York, tra una triennale meneghina ed una oceanica (continentalmente parlando), l’abbiamo incontrata per parlarci della mostra di primo livello “SuperDesign”.

La mostra, inaugurata lo scorso 1 marzo presso la galleria dell’Istituto Italiano di Cultura a Toronto, in collaborazione con R&Company e Design Exchange, è stata realizzata nell’arco di oltre un decennio ed è il risultato di oculate ed ampie ricerche, appassionate interviste con i protagonisti (o ritenuti tali) del movimento. “Super Design” propone dei pezzi iconici di quegli anni come Pratone di Ceretti-Derossi-Rosso, Fiore Artificiale di Gino Marotta e Capitello di Studio65, ma anche affiche pubblicitarie, disegni originali e fotografie di interni di discoteche, case private e ristoranti disegnati dai cosiddetti “Radicali” degli anni ’60 e ’70.

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Photo credits © Giada Paoloni

Parliamo un po’ delle origini della mostra qui a Toronto.

Nasce da un’idea di Evan Snyderman che risale ormai a cinque anni fa. Io mi sono sempre occupata di design radicale; nello specifico ho collaborato con Dakis Joannou che è uno  dei più importanti collezionasti di design radicale al mondo, di base ad Atene, fondatore della Deste Foundation. Nel 2013 ho collaborato con Cattelan e Ferrai a “1968” il volume in cui interpretano nella loro maniera irriverente e scanzonata la collezione di Dakis. Io ho avuto l’onore e il piacere di scrivere il testo introduttivo.

E poi, cos’è successo?

A Evan era piaciuto molto questo progetto e mi contattò per un ulteriore lavoro che potesse eventualmente integrare anche la sua collezione personale, andando a cercare i protagonisti di quel decennio. Abbiamo pensato sarebbe stato un peccato non registrare la voce di queste loro memorie, la voce di coloro che erano attivi in quel periodo e dare testimonianza di ciò che è rimasto di questa attitudine radicale che io considero un modo di vivere più che una precisa metodologia progettuale. E’ da considerarsi molto come una predisposizione mentale per il contesto sociale e politico degli anni ’60, un periodo davvero unico.

Un progetto ampio che ha previsto anche il film.

 Sì: abbiamo cercato di mantenere vive queste memorie, di documentarle e di farne quindi un film. Francesca Molteni, mia carissima amica e videomaker, è stata coinvolta in questo  progetto in cui si è buttata a capofitto.

E’ stato un lavoro lungo, anche quello del film, di almeno due anni perché, come hai visto, sono molti i personaggi coinvolti ed è sempre un po’ delicato parlare  di questo periodo. Adesso c’è molto interesse nei confronti di questa decade ma non esistono molti scritti  a riguardo. Evan era interessato a portare questo soggetto e progetto negli Stati Uniti per farlo conoscere in America.

“Super Design”: perché super? E’ un super in senso nietzchiano?

Come scrivo nel mio saggio, «la parola super consiste di una pluralità di significati e ha livelli differenti di interpretazione: 1) la qualità più alta; 2) che include più di una categoria; 3) sopra, superiore, oltre; 4) estremamente grande o estremo; 5) inusuale. Tutte queste definizioni rappresentano differenti traiettorie di questo movimento affascinante e frammentato, dove la consapevolezza del ruolo specifico dell’architetto nella società era ripensato da un’atmosfera collettiva e un contesto storico. Un incrocio di divertimento serio, visione politica impegnata e creatività senza confini ha originato una spettacolare pluralità di progetti e azioni. E la pluralità è certamente qualcosa da celebrare, poiché porta in sé il seme della libertà».

Pluralità di voci e punti di vista immagino.

E’ chiara la frammentazione di opinioni e di approcci nei confronti di questo argomento. Come si vede nel film, ognuno ha una sua idea: c’è chi sostiene che non sia mai stato un movimento, c’è chi invece pensa che il movimento ci sia stato e sia anzi stato l’ultimo grande movimento del secolo XX e così via. All’epoca non si parlava di design, tutto era architettura ed infatti erano tutti studenti della facoltà di architettura. Questi pezzi sono nati per motivi diversi: il famoso divano bocca è stato prodotto per un progetto di interni e poi da lì si è sviluppato in un oggetto di vita propria. Cercare di descrivere questo fenomeno è stato davvero molto interessante.

Qual era il messaggio “radicale”?

Sicuramente quello di rompere con il passato, cercare un linguaggio nuovo, espressivo, che potesse rappresentare i valori, gli eventi sociali, lo spirito del tempo. Ognuno lo faceva a modo suo. Però questa idea di staccarsi dal modernismo, non pensarlo più come un dogma e cercare un linguaggio espressivo nuovo sicuramente accomuna tutti i protagonisti di quegli anni.

Quando nasce la definizione di radical?

E’ una definizione postuma, coniata e applicata da Germano Celant nel 1968 verbalmente e poi nel ’70 per iscritto. Da lì, possiamo dire che si è iniziato a guardare a questo periodo come un periodo di rottura.

La particolarità della mostra a Toronto?

La mostra è una versione in capsula di quella presentata a New York. Alcuni degli oggetti sono davvero molto fragili, a volte non lo pensiamo ma in realtà è così, come nel caso del poliuretano che tende a sbriciolarsi, ad esempio il Divano-Formaggio di Lapo Binazzi. Al momento, dopo Toronto, la mostra non circolerà più. Mentre il film è in tournée e saremo appunto alla triennale di Melbourne, a Copenhagen, poi a Milano al Salone del mobile ad Aprile.

Il tuo pezzo preferito?

Mi piace molto il Pratone perché è un loro modo di reinventare la natura, la madre irraggiungibile della perfezione. La reinventano con un nuovo materiale come il poliuretano, aiutati da aziende che hanno creduto in questi progetti come Gufram in Piemonte o Poltronova in Toscana. E’ un pezzo  di parto improbabile, surrealista da avere in salotto.

Qual era ed è il valore di questi oggetti?

Sono rivoluzionari perché nel loro modo scanzonato e giocoso portano tutti dei meta-messaggi, basta pensare alla bandiera americana stampata su cui ci si siede. Sono oggetti che nascondono delle dinamiche sociali e storiche forti, non sono solo uno sberleffo al vecchio sistema.

La mostra – un piccolo gioiello per gli appassionati di design, per i neofiti e per gli addetti ai lavori – resta aperta fino al 2 maggio 2018.

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