Cosa resta di questo Royal Wedding

Cosa resta di questo Royal Wedding

by Sebastiano Bazzichetto
Tristis eris si solus eris.
[Ovidio, Remedia amoris, 583]

TORONTO – Gli occhi del mondo (persino quelli di Dio) erano puntati su Windsor lo scorso fine settimana, una sorniona cittadina inglese nel Berkshire (poco più di 30,000 abitanti) che è divenuta la scenografia urbana del matrimonio dell’anno, quello tra la sorridente americana divorziata Miss Meghan Markle e uno degli ultimi blasonatissimi giovani scapoli ai limiti (geopolitici) dell’Europa continentale, il principe Harry (Charles Albert David – se vi appassiona l’onomastica reale).

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Di questo evento attesissimo, che ha segnato il calendario primaverile di milioni di persone in tutto il mondo, conosciamo ogni minimo dettaglio: conosciamo la location (la gotica cappella di San Giorgio, costruita nel XIV secolo e completata nel XV da re Edoardo III), la capienza delle sue navate (800 persone circa), il numero degli invitati (600 e non di più), il loro rango, numero di scarpe e occupazione nel fine settimana; possiamo snocciolare i nomi dei fiori usati per decorare gli altari e gli archivolti, quelli nel (piccolo e discreto) bouquet di lei, enumerare i colori delle tartine servite durante il ricevimento in piedi, calarci nei panni di uno pseudo-Freud (arrischiando qualche errore marchiano) per analizzare tutta l’elaborata paralessi che grida in silenzio il nome della madre dello sposo (dal posto in chiesa lasciato vuoto ai succitati fiori, dalla larga partecipazione del pubblico all’acquamarina sul dito di lei sfoggiato per il ricevimento serale, fasciata in uno Stella McCartney).

Insomma, chi più ne sa, più ne metta.
Il paniere è ricolmo ma di spazio ancor ce n’è perché, di fatto, di questo matrimonio – avvenuto, celebrato, cotto e mangiato – non ne possiamo fare a meno e ne vorremmo un’altra gustosissima fetta (a proposito, abbiamo citato la torta nuziale e i 200 limoni rapiti agli alberi della costiera amalfitana?).

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Uno sposalizio che si potrebbe definire una pseudo-rivoluzione francese 2.0 in cui sulla ghigliottina mediatica ci si mettono i (neo)regali protagonisti e di buona lena. Un matrimonio reale di queste (modeste) proporzioni, in fin dei conti, è la forma più naturale nel nuovo millennio per chiedere alle masse (alla plebe) di avere la propria parte, di condividere, di partecipare e dare un proprio giudizio (sul colore del vestito di lei, il taglio, la foggia, i ricami, gli alamari dell’uniforme di lui, sui cappelli delle invitate, sulla pezzatura dei cavalli del landò).

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Ebbene sì, perché  – a quanto pare – dare in pasto al grande pubblico e ai media (social e non) ogni più recondito particolare di un evento che tanto si è proclamato ‘privato’ ed ‘in famiglia’ (molti amici, quasi nessuna testa coronata) è diventata l’unica (e ultima) frontiera per preservare un briciolo di privacy, un granello di intimità, il piacere di avere qualcosa da raccontare ai propri figli o nipoti che non sia stato già abbondantemente squadernato su giornali e tabloid, blog, magazine, instagram e così via.

Certo è che i nostri occhi si sono inumiditi nell’assistere a questa tenera celebrazione di un sentimento vero, re(g)ale. Ci siamo commossi nel sapere che anche i principi hanno un cuore e possono sposarsi per amore coronando, se non loro stessi (Harry il trono non lo vedrà nemmeno con il cannocchiale del capitano Achab), i propri sogni, portando all’altare la donna che amano (biracial – come sottolineano i giornali inglesi parlando di lei –, commoner, americana, divorziata, ex-attrice [quel dommage!] e più vecchia di lui).

Ma cosa resta nel nostro animo di questo felice ed aristocratico connubio?
Decisamente molto e poco niente. Una sensazione, ecco. Un sorriso, un’emozione, una foto, una posa, una carezza. Un commento scambiato con il vicino di tavolo al bar sotto lo schermo della tv, mentre anche noi ci sentivamo scrutati dall’occhio vigile dell’augusta sovrana inglese. Un post su facebook o una riflessione claudicante (come questa). Tutti noi ci siamo sentiti parte di qualcosa di bello e di più grande di noi: possiamo dire di essere stati lì, nella febbricitante Windsor, tra torri medievali e stabbio di equini reali, di aver partecipato al trionfo (democratico) dell’amore a reti unificate.

Ma la domanda è ancora lì. Tintinna, solletica, quiesce.
Cose resta dunque? Forse, l’attesa.

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Chi dice che questo è stato il royal wedding dell’anno erra e non di poco. Il prossimo matrimonio reale è infatti dietro l’angolo, dopo i bagordi estivi di Ibiza e Mykonos: S.A.R. Eugenia di York convola infatti a nozze con il suo bel Jack Brooksbank (nome più middle-class di così non si poteva desiderare) il 12 ottobre venturo per regalare al nostro autunno borghese un tocco di glam in salsa inglese.

Dove? Di nuovo a Windsor, ovviamente!
Cappella di San Giorgio.
Ecco, ci rivediamo lì.

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