Chiamatela pure la “mecca” del Pinot

Chiamatela pure la “mecca” del Pinot

by Gianpietro Miolato

VICENZA – Situato a Gambugliano (VI), l’Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli nasce ad inizio anni 2000 e si specializza nella produzione di Pinot Nero.
La scelta non è banale se si considera che i Colli Berici sono terreni argillosi, non semplicissimi da lavorare e adatti alla produzione di rossi con una certa struttura. Non a caso i vitigni più diffusi sono Cabernet (Sauvignon) e Merlot.

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Buvoli non se ne cura e opta per un’altra strada.

Forte dell’amore per i vini francesi, e grazie alle visite maturate nel corso degli anni alle cantine d’oltralpe, lascia il lavoro nel settore auto e fonda la propria azienda. Staccandosi dal costume comune che vede nei due sopracitati vitigni le scelte più sensate, opta per un solo vitigno (il Pinot Nero, appunto) aggiungendoci una particolarità: la produzione sarà quasi esclusivamente spumantizzata con metodo classico.
Da qui si coglie il senso del nome con cui battezza l’impresa: opificio (cioè fabbrica, luogo di lavoro o, come scritto nel sito, “laboratorio”). La sperimentazione su un’uva non semplice da coltivare la fa da padrona e con essa si concretizza un progetto che, a quasi 20 anni dalla sua nascita, propone soluzioni che difficilmente lasciano indifferenti.

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Visito l’opificio sabato 7 aprile, con un amico in procinto di diventare sommelier.
Dell’opificio non ne ho mai sentito parlare prima e trovarlo non è semplice.
Gambugliano è irto di insidie logistiche per chi non lo conosce. Difatti sbagliamo. Ad un incrocio ci troviamo a scegliere tra una strada bianca ed una asfaltata. Optiamo per la seconda e finiamo nel cortile di un privato. Il signore ci guarda perplesso. Gli chiediamo del Buvoli. Con un sorriso di chi non si trova in una situazione simile per la prima volta, l’uomo ci spiega che dovevamo prendere la strada bianca. Ringraziamo e ripercorriamo la via al contrario.
La strada bianca, dunque.
La più difficile.
L’opificio richiede una certa dedizione per essere raggiunto.

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Arriviamo e ci accoglie Marco che, da ottimo padrone di casa, ci introduce nella splendida barchessa che dà sul panorama dei colli circostanti. La giornata è ottima, il sole splende rigoglioso e una leggera brezza rinfresca il viso. Marco ci spiega che quel giorno non saremo soli: una comitiva ci avrebbe raggiunto di lì a poco per una degustazione.

Nell’attesa ci guardiamo attorno.
Un tavolo sotto la barchessa è imbandito per una decina di persone – alla fine saremo in otto. Quando arrivano gli altri, Marco ci serve un aperitivo di benvenuto e ci introduce alla realtà che ha scelto di vivere. Ascoltarlo è a dir poco un piacere. La competenza è ampia, a tratti enciclopedica. Si passa repentinamente dalla spiegazione del terreno su cui sono piantati i vitigni (con metodo biodinamico), al pH dei vini-base con cui si assemblano le bottiglie. Il tutto con estrema fluidità, sottolineando l’interconnessione tra gli ambiti. Se ne resta affascinati, soprattutto da neofiti. Marco parla per una ventina di minuti, poi ci introduce nel cuore del laboratorio. Entriamo nella barchessa e ci troviamo in una piccola stanza circondata da bottiglie poste su delle mensole in legno. Un tavolo si trova nel mezzo. Un acquaio in pietra spicca sulla parete frontale. La sala è dove prenderà piede la degustazione vera e propria, ma a fine giro.

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Osservo le bottiglie.
I vuoti presentano delle scritte sulle etichette.
Mi avvicino per capire di cosa si tratti. Sono le date di quando sono state aperte e bevute, con commenti a lato riportanti o il contesto della mescita o le impressioni sul vino o ambedue. Un modo semplice e pragmatico per fissare le emozioni oramai passate. Tra le tante ne scorgo due di Bâtard-Montrachet.

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Marco ci anticipa che la stanza successiva è il cuore pulsante dell’opificio. Superiamo un muro e ci troviamo in una camera piccola ma ben organizzata, con una pressa a caduta (una vecchia Vaslin non pneumatica in cui l’uva viene travasata dal soffitto, per sfruttare la gravità) e dei tini in acciaio (dove comincia la prima fermentazione). Ci vengono spiegate le fasi che portano alla nascita degli spumanti, per introdurci nella terza ed ultima sala: la barricaia. A destra dei tini vi è infatti una stanza dalle pareti color feccia (di Pinot Nero), illuminata da una luce flebile, in cui spiccano le barrique di rovere francese nelle quali viene affinato parte del vino usato successivamente nell’assemblaggio – dopo affinamento e sboccatura, le bottiglie sono portate in un magazzino non presente nel perimetro della tenuta per terminare la vinificazione. Il profumo di legno è penetrante. Basterebbe questo per concludere la visita. Tra le botti ve n’è una di “vino perpetuo”: è una botte unica, modellata sul metodo soleras, in cui si ha l’unione di parte dei vini di tutte le annate a cominciare dalla prima produzione. L’utilizzo è per la presa di spuma delle bottiglie. L’aggiunta di vino nuovo colma la parte che viene usata per la presa.

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Usciti dalla barricaia torniamo nella stanza circondata dalle bottiglie vuote e Marco prepara la degustazione. Assaggiamo sei vini. Prima di servirli, Marco chiarisce un dettaglio che risulta fondamentale per la comprensione delle mescite. La quasi totalità delle etichette, oltre al nome del vino, è seguita da un numero: quel numero indica gli anni in cui il vino è stato a contatto coi lieviti prima della sboccatura. Partiamo.

Spumante Metodo Classico TRE: il vino più giovane della degustazione, secco e sapido, di facile beva, con note speziate e di tabacco; molto piacevole per cominciare;

Spumante Metodo Classico Rosé: una variante del TRE, in cui si ha una lieve macerazione delle bucce la quale conferisce il caratteristico colore rosato e delle leggere note fruttate, soprattutto di ribes. Più immediato del precedente;

Spumante Metodo Classico QUATTRO: il più classico dei vini dell’Opificio, con caratteristiche non dissimili dal TRE ma con maggiore eleganza; si sposa perfettamente coi frutti di mare ma ha più senso berlo da solo;

Spumante Metodo Classico Pas Dosé CINQUE: l’unico esemplare non addizionato con il liqueur d’expédition (lo sciroppo di dosaggio aggiunto dopo la sboccatura), sapido e ricco in profumi di frutta secca, soprattutto nocciola; a parere di chi scrive il top gamma di tutta la partita per temerarietà e persistenza. Aggiungeteci un’ostrica e avrete fatto l’en plein;

Spumante Metodo Classico Super-Sei Extra Brut: sei anni sui lieviti che si ritrovano nel colore intenso e nelle note di fieno e frutta secca al naso; lungo e minerale al palato, ma al contempo fresco ed elegante. Ottimo.

Pinot Nero: chiudiamo con l’unico tipo vinificato in rosso e in purezza, vendemmia 2015, alla maniera borgognotta, il cui affinamento in botte lo arricchisce di aromi speziati e struttura; un vino complesso ed elegante, che richiede attenzione per essere compreso ed amato; temo sprecato se bevuto per ultimo.

Termino la degustazione sentendomi un po’ meno ignorante e un po’ più contento. Compro due bottiglie, il Pas Dosé CINQUE e il Pinot Nero. Il prezzo è importante per entrambe. Ma non potrebbe essere altrimenti. Un approccio capitalistico prevede l’adattamento alle contingenze economiche esterne.
Qui siamo in un altro mondo.
Qui si producono una media di 10.000 bottiglie l’anno. Qui siamo nel regno della coerenza e della perseveranza.
Senza facili cedimenti. O banali compromessi.


[Visita il sito dell’Opificio]

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