Giù la maschera: una nuova moda uomo, senza il genere

Ovvero, perché le collezioni maschili dell’inverno 20/21 sono state le migliori in anni

by Matteo Giulio Sarti

MILANO – Se questo fosse un uomo. Se solo le immagini che abbiamo visto sfilare lo scorso gennaio  sulle passerelle internazionali fossero veramente gli uomini. Premetto, essere un uomo non è on-trend, ammettiamolo: tutte le pessime scelte climatiche, politiche e sociali delle ultime generazioni sono probabilmente attribuibili a un riassuntivo patriarcato etero-normativo caucasico (consultare google per meme su “OK BOOMER”) che, per anni, ha fatto il possibile per compromettere la stabilità climatica e geopolitica delle future generazioni su questo pianeta. Uomini middle-class, middle-age, middle-tutto, impacchettati alla perfezione in un’ottica di violenza, xenophobia e misoginia: dove il fallimento non è un’opzione ma anche qualsivoglia ombra di sensibilità non se la cava proprio benissimo.

Mettiamo caso volessimo usare la moda come specchio della società: allora le immagini che abbiamo visto camminarci davanti il mese scorso ci parlerebbero di tutto un altro genere di uomo. Per la prima volta in anni abbiamo visto l’air du temps abbattersi con violenza sulle collezioni maschili di Londra, Milano e Parigi (passando per un Pitti sempre più rilevante), spogliando il guardaroba maschile delle troppe tossicità generalmente associate al ruolo. In primis, l’interesse che i designers hanno recentemente mostrato nei confronti della sartoria (a scapito di un ormai stravecchio streetwear), ha fatto sì che il messaggio fosse prettamente indirizzato, forte e chiaro, alle stesse fondamenta del guardaroba maschile. Basta guardare le silhouette per comprendere che questi abiti non sono stati tagliati per renderci giganteschi, muscolosi e pericolosi, bensì per creare un nuovo senso di forma maschile, stretto in vita e languido in ogni dove. 

Pitti-Uomo-2020-gennaio

Pitti Uomo 2020

Comunicati stampa usa e getta, relegati sui generis del tipo: ”per questa stagione il nostro uomo è un viaggiatore. Noterete del khaki. Forse una sciarpa.” non sembrano più avere lo stesso panache, anche solo rispetto alla scorsa stagione. Noi – la raffinata stampa internazionale che tutto vuole e tutto stringe – vogliamo vedere il sangue. Vogliamo vedere l’impietoso srotolarsi della figura maschile, vogliamo vederne le ossa, vivisezionarne l’ego. Un compito arduo, certo, nondimeno eseguito elegantemente dalla nuova generazione di direttori creativi a capo di molti megabrands del lusso che hanno usato le passerelle come operating theatres per delle performance a cuore aperto, elettrizzate come il Frankenstein della Shelley.

Frankensteins_monster_Boris_Karloff

Campione della causa, l’estetica gender-bending di Gucci si è concentrata sui classici del kidswear, ridimensionandoli con proporzioni adulte e invitando i suoi ospiti a un “quinto rave di compleanno” dove grembiulini e maglioni xxs hanno rimandato a una presunta età dell’innocenza maschile, ovvero prima delle colpe e i vizi che ci trasciniamo dietro come uomini adulti. Un enorme pendolo centrato nel bel mezzo della sfilata a Palazzo delle Scintille ha fatto quello che i pendoli fanno meglio, ossia oscillare tra due estremi. Da Marni abbiamo assistito a un altro rave, una performance romantica firmata dal coreografo Michele Rizzo, dove una troupe trafitta da una trance ipnotica emerge lentamente dal buio e, gradualmente, si abbandona a una marcia frenetica in tutte le direzioni. Musica elettronica direttamente nelle orecchie. Quello che Francesco Risso, il direttore creativo del brand, abbia voluto dirci rimane avvolto nel mistero – ma quello che è riuscito comunque a orchestrare è una collezione che si basa sul rimodellamento di pezzi classici del guardaroba maschile, tagliati, mescolati e patched in un insieme che non appartiene specificatamente a nessun genere e gender. Con risultati facilmente riconducibili alle molte subcultures diverse che si incontrano, si mescolano appunto, nel safe-space di un club, senza badare a status, classe, razza o gender. 

gucci 20 21

Gucci

Unghie smaltate ton-sur-ton a Louis Vuitton, gigantografie floreali da Valentino, drappeggi sinuosi da Balmain, veri e propri abiti da sera in lurex e marabou da Loewe. 

Da Dior, Kim Jones ha offerto un omaggio a Monsieur Christian e a Judy Blame (iconico stylist del Buffalo Collective londinese, venuto a mancare nel 2018): forse il più letterale adattamento della couture tradizionale femminile a quello che immaginiamo essere un guardaroba maschile desiderabile ed estremamente facile da indossare. Seta e moirè di taffeta in grigio, rosa e azzurro (très Dior, per l’appunto), accentati da rosette, gioielli e lunghi guanti in velluto a contrasto. Kim Jones è un artista della silhouette e mentre la sua palette di tessuti è un richiamo diretto alla moda donna, le sue proporzioni presentano ancora un uomo elegante (e sedizioso) secondo qualsiasi canone che si possa applicare alla ricercatezza tradizionale. Sempre a Parigi, il maestro belga Dries Van Noten ha scelto di trattare le stesse tematiche concentrandosi però sul sesso – come concetto accademico e non – degli uomini. Nessun set, nessuna coreografia, solo una passerella tradizionale con modelli che camminano. La soundtrack: il respiro smorzato, intimista, di un orgasmo maschile – pieno e carico dello stesso brand di shock che, nel 1933, catapultò Hedy Lamarr alla ribalta per la sua performance in “Estasi”. Famoso per il suo controllo sui colori, Van Noten ha scelto una tavolozza languida (da leggersi “lurida”) per una collezione costruita con un lessico visivo prettamente legato ai capi fondamentali della moda uomo: denim, pelle e check, ma arricchiti di velluti, stampe floreali, animalier, ruches e pelliccia (rigorosamente faux). Il designer non ha dovuto esportare dettagli feticcio della moda femminile per immaginare un uomo in pieno controllo della sua sessualità e identità di genere: tutti gli elementi sono stati tratti dalla recente storia del costume, con un flair anni settanta perfettamente in armonia con gli occasionali riferimenti alla lucha libre messicana. 

dior homme hiver 20 21

Dior

 

Il mese scorso l’industria del menswear ha preso una posizione piuttosto radicale, indirizzando le vere problematiche che caratterizzano il ruolo maschile nella società di oggi. Dopo i casi di predatori come  Weinstein, Epstein (e più recentemente, del principe Andrew Windsor) molti brands hanno deciso di prendere le dovute distanze da una mascolinità puerile e tossica, indirizzando la propria offerta verso un uomo forse meno alfa ma di molti gradi più libero. Giù la maschera, quindi: quello che è stato insegnato ai giovani uomini deve essere cambiato: possiamo giocare, possiamo scegliere di vestirci come più ci piace e possiamo essere sexy senza dover ricorrere al bling del metrosexual unto e stracotto. Possiamo, addirittura, essere noi stessi se ci va. Pensate un po’. 

È stato suonato un allarme, che come una campanella, ci avvisa che le lezioni sono finite: è tempo di ricreazione. Letteralmente. 

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