Caracciolism. A conversation

by Sebastiano Bazzichetto

[English version below]

VENEZIA – Pratica il buddismo di Nichiren Daishonin, recita il Nam-myoho-renge-kyo da dieci anni e lo raggiungo (telefonicamente) nel giorno delle celebrazioni dei 90 anni dell’associazione Soka Gakkai. Ma questo è solo un elemento del suo caleidoscopico universo. Mi sono ritrovato a conversare con Mattia Caracciolo – nato a Taranto, veneto di adozione e innamorato di Venezia – per parlare di pesci, persone, barbe ed un turbinio di emozioni.

Caro Mattia, cominciamo in medias res: piani presenti e futuri?
Dopo sei anni a Bologna, ora vivo a Thiene anche se sono pugliese d’origine. L’obiettivo è quello di trasferirmi in pianta stabile a Venezia e di lavorare come illustratore, di occuparmi di progetti di natura artistica e culturale, di comunicazione nell’ambito dell’arte per la valorizzazione del patrimonio veneziano.

Come e dove ti sei formato?
Ho studiato illustrazione un anno alla Comics di Padova. Avevo iniziato un percorso di fumetto all’Accademia di Belle Arti di Bologna per poi abbandonarlo e cominciare a muovermi da autodidatta, come disegnatore ed artista visivo senza usare mai canali classici: ho fatto piccole mostre, delle collaborazioni con piccoli e grandi brand. Ultimamente sto cercando di aggiustare un po’ il tiro, parlare un linguaggio più variegato, versatile, eclettico. Fino ad oggi mi sono focalizzato sulla questione dell’omoaffettività, sulla figura dell’uomo vista come uomo pieno di sentimento e non solo ‘maschio’. E poi c’è sempre l’elemento del pesce, simbolo di libertà, emancipazione, di curiosità.

Mattia Caracciolo at Punta della dogana – All pictures courtesy of Mattia Caracciolo © 2020

Perché l’illustrazione e non un’altra tecnica espressiva?
Ho trovato nell’illustrazione una risposta al mio bisogno di mondi fantastici. Fin da quando ero bambino mi piaceva molto disegnare, copiando i personaggi della Disney. Mio padre dipingeva ad olio, la creatività l’ho presa un po’ da lui credo. E ho provato a dipingere ma ho trovato nell’illustrazione, all’inizio di moda, delle risposte ai miei perché. Poi ho spostato il mio focus sull’illustrazione legata alla visione dell’omosessualità, un riferimento è stato Tom of Finland scevro però dell’elemento omoerotico che ho voluto eliminare perché lo trovo poco interessante. Perché il sesso è ovunque ma l’affettività, l’amore, la dolcezza non si trovano più.

Come definiresti il tuo lavoro?
Il mio lavoro è una serie di sentimenti che si muovono all’aria aperta. Parte tutto dalle mie visioni, quando cammino per strada: è una rielaborazione di quello che i miei occhi vedono. Poi avviene quasi una trasfigurazione della realtà, semplificandola e rendendola surreale. Invento personaggi o situazioni che non esistono ma che sono realistici. Tanto che le persone ci credono. Le mie illustrazioni le accompagno poi con dei testi. Per uno dei miei ultimi lavori ho preso un testo di Bruno Munari. Per descrivere quello che faccio direi emozione, dolcezza ed istinto. Voglio fare emozionare. E’ quello che mi dicono più spesso gli altri quando osservano le mie immagini. E poi l’eleganza, un altro elemento a me caro. Ed è per questo che mi volevo allontanare da un certo di tipo di rappresentazione così eroticizzata. Lo sappiamo cos’è il sesso: lo vediamo ovunque ma non sappiamo più fare una carezza.

All pictures courtesy of Mattia Caracciolo © 2020

Se da un lato ci parli di uno slancio ecumenico, dall’altro i tratti dei tuoi personaggi sono tutti un po’ bear. Come mai?
Mi incuriosì molto la definizione di comunità ursina contrapposta a quella del metrosexual nell’America degli anni ’70. La trovavo una risposta interessante da approfondire perché era una visione che si contrapponeva al territorio più trito della percezione degli omosessuali. Il bear quindi rappresentava un’alternativa, qualcosa che rompeva gli schemi. Con un aspetto meno tradizionale diciamo: barba, pelo, che fa attività slegate dallo stereotipo gay, lontano dalle pose per cui i gay venivano derisi e dileggiati.

Ed ora invece?
Sono in un momento di cambiamento: i miei uomini non sono più grossi e muscolosi ma sono un misto tra Tommaso Paradiso, Woody Allen, Elio Germano e Nanni Moretti. Sono un po’ colti, un po’ radical, non necessariamente con fisici perfetti anzi… Li vedo più esili, più snelli, con un loro charme.

All pictures courtesy of Mattia Caracciolo © 2020

Ci sono due ragazzi che sono presenti un po’ ovunque nelle tue immagini: ci sveli chi sono?
La coppia che si vede spesso rappresenta il mio io idealizzato con il mio ideale di uomo, nel senso di un uomo che trovo interessante esteticamente per me. Come ho detto, è cambiato nel tempo e sta cambiando quindi penso ad un capello molto mosso, barbetta, un fisico non statuario. Sto cercando di aprire i miei orizzonti per parlare non solo alla comunità omosessuale ma anche fornire una visione più ampia della realtà in cui viviamo.

All pictures courtesy of Mattia Caracciolo © 2020

Da pugliese approdi a Venezia e nelle tue opere troviamo tantissimi pesci, come mai?
I pesci sono nati nel 2014 con la mia psicoterapeuta che si occupava di arteterapia. I miei colloqui erano accompagnati da disegni. Un giorno mi chiese di disegnare come mi sentivo ed io disegnai un bicchiere da cui saltava fuori un pesce. Un pesce quindi che voleva uscire da una piccola prigione. E’ diventato un simbolo di evasione ed un modo per riconnettersi con il mio spirito di bambino: da piccolo, al mare, rincorrevo i pesciolini in acqua perché volevo parlare con loro. Prendevo dei sassi pesanti per mantenermi sul fondale perché volevo stare con i pesci, di solito raggruppati in banchi, anche se loro scappavano, ovviamente. Il mio pesce è un po’ l’idea dell’emancipazione sociale: volevo scrollarmi di dosso opinioni e stereotipi che mi facevano male. I pesci sono rimasti, ci sono ogni tanto, compaiono in qua e in là. Sono un po’ il mio marchio di fabbrica.

All pictures courtesy of Mattia Caracciolo © 2020

Hai fatto anche una serie dedicata ai segni zodiacali in chiave sportiva. Da dove nasce l’idea?
Volevo cimentarmi in una serie, un tema unico come quello zodiacale in cui si sono cimentati molti illustratori. Ero curioso di rivisitarli in una chiave tutta mia. Ad ogni segno ho assegnato uno sport senza uno studio approfondito, disegnando secondo la mia ispirazione: il Capricorno ad esempio è un surfista perché è il segno mezzo capra e mezzo pesce, quindi c’è l’acqua e la solidità della tavola. Mi piaceva questa doppia dimensione: surfa in acqua e sulla cresta dell’onda si eleva, un po’ come una scalata in montagna. E’ una serie in cui ho voluto rappresentare diverse etnie.

All pictures courtesy of Mattia Caracciolo © 2020

Cosa ami di Venezia?
(Sospira) Amo arrivare in stazione, scendere dal treno, camminare veloce, muovermi da una parte all’altra della città e sentirmi sempre a casa ad ogni passo che faccio. Mi sento abbracciato da emozioni che è come se fossero sempre state lì ad attendermi. Amo la sua precarietà. E’ così forte nonostante la sua fragilità. Secondo me Venezia incarna l’essenza di ogni essere umano: siamo complessi con le nostre fragilità ma al mattino ci alziamo comunque e portiamo avanti il nostro dovere, i nostri compiti e cerchiamo di farlo nel modo migliore possibile. Venezia è un po’ questo. Lo spirito della città si connette con la natura in una perfetta armonia. E’ un concerto a cielo aperto, come dice Brodskij nel suo “Fondamenta degli incurabili”. Quando arrivo a Venezia mi sembra di essere in un mondo parallelo, un mondo che incontra e si sposa con il mio mondo parallelo. Mi sento dentro ad una narrazione ed è un luogo in cui riesco ad immaginare il mio futuro.

Insomma, è il preludio di un grande amore…
Sì, è un po’ così al momento: ci vediamo nel week end, quando me ne vado sono un po’ triste e non vedo l’ora di rivederla. E’ quella persona che impari a conoscere piano piano attraverso una serie di appuntamenti che ti (mi) fanno capire che questa è la relazione giusta per te.

Una tua recente illustrazione è un tributo a Lady Diana Spencer. Cosa trovi in questa figura fragile, nel suo essere icona, nella sua iconografia, nella sua (direi) agiografia?
Ho guardato l’ultima stagione di ‘The Crown’ solo per concentrarmi sulle puntate in cui compare Diana dal momento che ero molto curioso di vedere come l’avessero rappresentata. Mi ha sempre un po’ spaventato avvicinarmi a questa donna, alla sua storia e alla sua tragica fine. Questa immagine della principessa della gente, accolta dalle grandi folle festanti e, allo stesso tempo, una persona che, credo, si sentisse molto un pesce fuor d’acqua… Mi sento molto vicino a questa figura ingenua, spontanea, ferita. E’ una sensibilità che sento anche mia.

The princess of Hearts • All pictures courtesy of Mattia Caracciolo © 2020

Se dovessi descriverti con tre aggettivi?
Eclettico, lunatico e dolce.

Il piatto che ti viene meglio in cucina?
Spaghetti pomodorini e basilico.

Di una persona ti innamori di cosa?
Del sorriso.

Sul tuo comodino che libri ci sono?
“Fantasia” di Bruno Munari, “Fondamenta degli incurabili” di Brodskij e “Favole al telefono” di Gianni Rodari.

Il tuo artista preferito?
Io!

La fiaba che ami di più?
La sirenetta.

Un luogo a te caro di Venezia?
Punta della dogana.

Una pietanza lagunare?
Le sarde in saor.

Vino rosso o vino bianco?
Sono astemio (ride).

All pictures courtesy of Mattia Caracciolo © 2020

• ENGLISH VERSION •

He practices the Buddhism of Nichiren Daishonin, has been reciting the Nam-myoho-renge-kyo for ten years and I reach him (by telephone) on the day of the 90th anniversary of the Soka Gakkai association. But this is only one aspect of his multifaceted universe. I found myself conversing with Mattia Caracciolo – born in Taranto, Veneto by adoption and madly in love with Venice – to talk about fish, people, beards and a whirlwind of emotions.

Let’s start in medias res: what are your current and future plans?
After six years in Bologna, I now live in Thiene even though I am originally from Puglia. The ultimate goal is to move permanently to Venice and work there as an illustrator, to work on cultural and artistic projects in order to highlight and promote the Venetian heritage.

Where did you train?
I studied illustration for a year at Comics in Padua. I had started a programme in comics illustration at the Accademia di Belle Arti in Bologna but then I left it and began to work as a self-taught designer and visual artist through my own channels: I did small exhibitions, collaborations with smaller and bigger brands. Lately I have been trying to adjust my trajectory and to utter a more varied, versatile and eclectic idiom. Up to now, I have focused on the issue of same-sex affectivity, on the figure of man seen as a man full of feelings and not just ‘macho’. And then there is always the fish, synonymous with freedom, emancipation, curiosity.

Why illustrations and not another art technique?
In illustrations I find an answer to my need for imaginary worlds. Ever since I was a child, I loved drawing, copying Disney characters. My father used to paint oil paintings and I inherited creativity from him, I think. I tried to paint myself but I found in illustrations, at the beginning fashion sketches, some answers to my whys. Then I shifted my focus to illustration linked to the vision of homosexuality: a reference was Tom of Finland, but without the homoerotic element that I wanted to put aside because I find it uninteresting. Because sex is everywhere but affectivity, love and sweetness are no longer to be found.

How would you describe your work?
My work comprises a series of feelings that float in the open air. It all starts with my visions, when I walk down the street: it is an interpretation of what my eyes see. Then there is an almost transfiguration of reality, I try to make it more simple and surreal. I conceive characters or situations that don’t exist but are realistic. So much so that people believe them. I then match my illustrations with short texts. For one of my latest works I picked a text by Bruno Munari.
To describe what I do I would say emotions, sweetness and instinct. I want to move people. This is what others tell me often when they look at my pictures. And then elegance, another element that os very dear to my heart. And that’s why I wanted to get away from a certain kind of eroticized representation of men. We know what sex is: we see it everywhere but we no longer know how to embrace someone.

On the one hand you speak of a universal language, on the other hand though many of your characters are bears. Why is that?
I was very interested in the definition of the Bear community as opposed to that of the metrosexual in the USA during the 1970s. I found it an interesting aspect to investigate because it was a vision that contrasted with the more trite territory of the perception of homosexuals. Therefore ‘bears’ represented an alternative, something that out of the box. With less traditional features, I’d say: beard, hair, they do activities unrelated to the gay stereotype, far from the poses for which gays were mocked .

Whereas now …?
I am currently changing: my men are no longer bulky and muscled but they are a mix between Tommaso Paradiso, Woody Allen, Elio Germano and Nanni Moretti. They are well-read, a little radical, not necessarily with perfect bodies, on the contrary … I see them leaner, more slender, with their own charm.

We see two guys almost everywhere in your illustrations: who are they?
They represent my idealized self with my ideal man, in the sense of a man who I find aesthetically interesting. As I said, it has changed over time and is changing so I think of a wavy mane, a little beard, a non-statuesque body. I am trying to open my horizons to not only speak to the homosexual community but also to provide a broader view about the reality that surrounds us.

You arrive in Venice from Puglia and in your works we find many fish, why?
The fish were born in 2014 with my psychotherapist who dealt with art therapy. My conversations were accompanied by drawings. One day I was asked to draw how I felt and I drew a fish jumping out a glass. A fish therefore that wanted to get out of a small prison. It has become a symbol of escape and a way to reconnect with my child’s spirit: as a child, at the seaside, I chased the little fish in the water because I wanted to talk to them. I took some heavy stones to keep myself on the bottom because I wanted to be with them even if they ran away, of course. My fish stands for​​social emancipation: I wanted to shake off opinions and stereotypes that hurt me. The fish are still there, they come around every now and then, they pop up here and there. They are my trademark.

You also designed a series dedicated to the zodiac signs in a sporty key. What was the inspiration?
I wanted to challenge myself with a series like the zodiac, something many illustrators have ventured. I wanted to revisit them in my own way. To each sign I assigned a sport without in-depth study, drawing from my personal inspiration: Capricorn, for example, is a surfer because it is the sign half goat and half fish, so there is water and the stability of the board. I liked this double dimension: he surfs the water and rises on the crest of a wave, a bit like climbing a mountain. It is a series in which I wanted to represent different ethnic groups.

What do you love about Venice?
(He sighs) I love arriving at the station, getting off the train, walking fast, moving from one part of the city to the other and always feeling at home at every step I take. I feel embraced by emotions that it is as if they had always been there waiting for me. I love its precariousness. It is so strong despite its fragility. In my opinion, Venice embodies the essence of every human being: we are complex with our flaws but in the morning we get up anyway and carry on our duty, our tasks and try to do it in the best possible way. Venice is a bit of this. The spirit of the city connects with nature in perfect harmony. It is an open-air concert, as Brodsky writes in his “Fondamenta degli incurabili”. When I arrive in Venice I seem to be in a parallel universe, a world that meets and marries my parallel world. I feel inside a narrative and it is a place where I can imagine my future.

In other words, it is the prelude to a great love story …
Yes, it’s a bit like that at the moment: I see her on the weekend, when I leave I’m a bit sad and can’t wait to see her again. She is that person you learn to get to know slowly through a series of appointments that make you (me) understand that this is the right relationship for you.

One of your recent illustrations is a tribute to Lady Diana Spencer. What do you find in this fragile figure, in her being an icon, in her iconography, in her (I would say) hagiography?
I watched the last season of ‘The Crown’ just to focus on the episodes in which Diana appears. I was very curious to see how they portrayed her. I was always a little scared to approach this woman, her story and her tragic end. This image of the princess of the people, welcomed by large cheering crowds and, at the same time, a person who, I believe, felt very much a fish out of water … I feel very close to this naive, spontaneous, wounded figure. It is a sensitivity that I perceive as very mine.

How would you describe yourself with three adjectives?
Eclectic, moody and sweet.

What’s your flagship dish when you cook?
Spaghetti with cherry tomatoes and basil.

When you fall in love with a person, what’s your weakness?
Their smile.

What books are you reading at the moment?
“Fantasia” by Bruno Munari, “Fondamenta degli incurabili” by Brodskij and “Favole al telefono” by Gianni Rodari.

Your favorite artist?
Myself!

The fairy tale you love the most?
The Little Mermaid.

A place dear to you in Venice?
Punta della dogana.

Your favourite Venetian dish?
Sarde in saor.

Red or white wine?
I don’t drink actually… (he laughs).

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