“Irrational Man” di Woody Allen

Irrational Man di Woody Allen

by Gianpietro Miolato

[English version below]

VENEZIA – Ambiguità e straniamento.

Attorno a questi elementi si fonda “Irrational Man” (2015) di Woody Allen.

Arrivata nelle sale a un anno di distanza da “Magic in the Moonlight”, in quello che può essere considerato un appuntamento fisso per i cinefili – il film annuale di Woody Allen -, la pellicola del regista newyorkese risulta più stratificata e complessa di quanto non sembri ad una prima visione.

La trama è lineare: un professore di filosofia sull’orlo della depressione (Abe Lucas, interpretato con non poca ironia da Joaquin Phoenix), intreccia una doppia relazione con una collega (Rita, Parker Posey) e una studentessa (Jill, Emma Stone). Entrato casualmente a conoscenza delle sofferenze di una donna che rischia la perdita della custodia dei figli, Abe, coadiuvato dall’amore per Jill, riacquista gusto per la vita decidendo di aiutare la sconosciuta.

Come? Ammazzando il giudice che avrebbe pronunciato la sentenza per l’affidamento.
Se di primo acchito “Irrational Man” può essere considerato un thriller, già dalla struttura Allen decide di non dare seguito a soluzioni semplici.

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Nel corso dello sviluppo si respira un senso di straniamento dovuto all’utilizzo della colonna sonora: durante i titoli di testa, dal momento che la musica è assente (cosa inusuale per un film di Allen); durante lo scorrere della vicenda, per il contrasto che crea con lo svolgimento della trama (le tappe che conducono all’assassinio del giudice sono contrappuntate da inserti blues che ridimensionano la gravità degli avvenimenti); durante il finale, per la nuova assenza (la morte di Abe è silente, aumentando il senso di assurdità dato dall’inciampo sulla pila).

Allo straniamento dell’apparato musicale si aggiunge inoltre l’ambiguità della struttura filmica interna. Il film è narrato da due punti di vista, quello di Abe e quello di Jill. Circolarmente, la pellicola inizia con la voce di Abe e si chiude con quella di Jill, ma alla fine si comprende come la voce di Abe sia quella di un morto. Tale escamotage pone non pochi interrogativi sull’attendibilità del materiale audiovisivo mostrato, rilanciando verso un paradosso diegetico che pone riflessioni più ampie sullo statuto di verità dell’immagine, se mai ne esistesse una (Abe è morto e narra la parte di storia che gli riguarda come una memoria; ma ciò che vediamo non è tratto da un diario o da un memoriale, dunque di fronte a cosa ci troviamo? E quanto può essere credibile ciò che ascoltiamo/vediamo?).

Nella filmografia del regista, inoltre, ci sono almeno tre pellicole che trattano tematiche simili a quelle di “Irrational Man”. In ordine cronologico: “Crimini e misfatti” (1989); “Match Point” (2005); “Sogni e delitti” (2007). Perdita di morale, egoismo, ruolo del caso sono temi che Allen aveva già affrontato, ma che in questo caso sono analizzati con uno sguardo altro su quello che segue alle azioni dei protagonisti.

Prima dell’omicidio Jill si presenta come la parte irrazionale della coppia, chiedendo ad Abe di abbandonare il disilluso raziocinio dietro cui si trincera; dopo l’omicidio i ruoli si invertono, dal momento che Abe riscopre se stesso abbracciando pienamente una scelta irrazionale ma ponderata. Di fronte a tale decisione Jill si ritrae nelle sicurezze medio-borghesi, spaventata dalla responsabilità richiesta dall’irrazionalità.

L’ambiguità si ripresenta nella legittimità che il regista attribuisce ad entrambe le posizioni: Abe rivendica l’omicidio come affermazioni di sé mediante l’eliminazione di un elemento nocivo della società; Jill rivendica l’impossibilità di arrogarsi il diritto di togliere la vita ad un altro essere umano. I due punti di vista mostrano scenari possibili, seppur da prospettive diverse, nel momento in cui ci si lasci andare all’irrazionale.

Non dimentico, però, del ruolo giocato dal caso, Allen termina la vicenda con una morte basata sulla beffa: scivolando sulla torcia vinta per Jill, Abe precipita in un vuoto (morale?) che gli si presenta per caso e non per castigo. In questo senso la punizione può esistere, ma non a seguito di un pentimento interiore quanto di una banale casualità.

Alla luce di questi elementi si ha conferma che la scrittura di Allen continua ad essere stratificata e complessa, non lasciando adito a letture superficiali. Possono esserci casi i cui risultati siano imbarazzanti, come “To Rome with Love” del 2012, ma anche nel peggiore dei film di Allen (a mio modestissimo avviso, il film romano), si trovano spunti per una riflessione più complessa (vedasi la sovraesposizione mediatica nell’episodio con Benigni, e una certa derisione dell’intellighenzia culturale nel segmento con Fabio Armiliato).

Benché il 45esimo film del regista di New York si presti a più interpretazioni, l’accoglienza ricevuta da parte della critica è stata sfavorevole, con uno rating del 53% su Metacritic e, addirittura, del 44% su Rotten Tomatoes.

Irrational Man” non è un film perfetto, ma analizzandone la complessità della messa in scena non si può non riconoscere che a 79 anni compiuti (mi riferisco a quando uscì il film), Allen abbia ancora molto da dire, pur con esiti altalenanti.

Ma non pare questo il caso.



Woody Allen’s Irrational Man

[translation by J. Granata]

VENICE – Ambiguity and estrangement.
Woody Allen’s “Irrational Man” (2015) revolves around these two fundamental elements. Arriving in theatres a year after “Magic in the Moonlight”, in what can be considered a yearly engagement for cinephiles – the release of Woody Allen’s annual film –, the New Yorker’s “Irrational Man” is much more compact and complex than what it appears.

The plot is linear: a philosophy professor on the brink of depression (Abe Lucas, played with irony by Joaquin Phoenix) begins a relationship with both a colleague (Rita, Parker Posey) and a student (Jill, Emma Stone). Abe, who accidentally comes to learn about the suffering of a woman that risks losing her child, who is assisted by his love for Jill, finds his love of life again by deciding to help this stranger.

How? By murdering the judge that would have decided the custody case. If at first “Irrational Man” can be considered a thriller, Allen decides not to structure his film with simple solutions.

As the film progresses, the viewer develops a sense of estrangement from the film, thanks to the soundtrack: during the opening credits, from the moment the music is absent (something strange for an Allen film); during the development of events in the film, by the contrast it creates with the development of the plot (the steps that lead to the judge’s murderer are contrasted by the insertion of blues that diminishes the importance of the occurrences); during the conclusion, because of its absence (the death of Abe is silent, increasing the sense of absurdity created by his stumbling over the flashlight).

To the estrangement created by the music is added the ambiguity of the internal filmic structure. The film is narrated from two points of view, that of Abe and that of Jill. The film begins with Abe’s voice and ends with Jill’s, but Jill’s voice at the end of the film is understood as that of the dead Abe. This subterfuge brings to the fore many questions regarding the soundness of the audiovisual material shown, leading to a diegetic paradox that establishes more expansive reflections on the theoretical foundations of the truth of the image, if there ever existed one (Abe is dead and narrates the part of the story that is a memory for him; but what we see is not taken from a journal or a memoir, so what then are we viewing? How much of what we are listening to and viewing can be true?)

Moreover, in the director’s filmography there are at least three films that treat similar subject matter to that of “Irrational Man”. In chronological order: “Crimes and Misdemeanors” (1989); “Match Point” (2005); “Cassandra’s Dream” (2007). Loss of morality, narcissism, and chance are all themes Allen had already tackled, but in this case they are analyzed with an additional gaze to that which follows the protagonist’s actions.

Before the homicide Jill presents herself as the irrational part of the couple, asking Abe to abandon the disillusioned rationality with which he entrenches himself; after the homicide the roles are inverted the moment that Abe rediscovers himself fully embracing an irrational, but weighted decision. In the face of this decision, Jill retreats back into the security of the middle class, frightened by the responsibility required by irrationality.

Ambiguity is represented in the legitimacy that the director gives to both positions: Abe justifies the homicide as an affirmation of himself through the elimination of a harmful element of society; Jill vindicates the impossibility of assuming the right to take someone else’s life. The two points of view show possible scenarios, even from different perspectives, in the moment in which one allows oneself to become irrational.

But, I have not forgotten the role played by chance; Allen ends the sequence of events with an absurd death: slipping on Jill’s flashlight, Abe plummets into a (moral?) void that appears by chance and not as punishment. In this sense, punishment may exists, but not as a result of internal remorse or repentance, but rather, randomly.

In light of all of these elements there is confirmation that Allen’s writing continues to be complex and layered, leaving no room for superficial readings. There can be cases where the results are embarrassing, such as 2012’s “To Rome with Love”, but even in the case of Allen’s worst film (“To Rome with Love”, in my modest opinion), there are opportunities for a deeper, more complex analysis (see, for example, the overblown media campaign in the Benigni episode, and a certain derision of the cultural intelligentsia in the segment with Fabio Armiliato in this particular film).

Given that the New York director’s 45th film can be interpreted in a variety of ways, it was received poorly by critics, with a 53% rating on Metacritic and a 44% rating on Rotten Tomatoes.

“Irrational Man” is not a perfect film, but in analyzing the complexity of the production, one cannot but recognize that at 79 years of age (I am referring to the release of the film), Allen still has plenty left to say, even if with wavering results.

But I don’t think this is the case.