Luca Buratto, un pianista italiano a Toronto

Luca Buratto, un pianista italiano a Toronto

by Sebastiano Bazzichetto

TORONTO – Giovanissimo pianista milanese, Luca Buratto nel 2015 vince il prestigioso premio canadese Honens Piano Competition. Questo fine settimana segnerà il suo debutto a Toronto con la Toronto Symphony Orchestra (TSO). Lo abbiamo raggiunto a pochi giorni dall’evento per fargli qualche domanda e toglierci qualche curiosità.

Caro Luca, com’è nata la tua passione per la musica?
Non vengo da una famiglia di musicisti, ma in qualche modo la musica faceva parte della mia famiglia. Il nonno di mia madre, Renzo Massarani, è stato un noto compositore e direttore d’orchestra prima dell’avvento del fascismo, che lo costrinse ad emigrare in Brasile e a intraprendere la carriera di critico musicale. Mio padre, invece, studiò violino e pianoforte al conservatorio di Milano, per poi decidere di diventare ingegnere informatico. Quindi, di ritorno da un anno all’estero per lavoro, papà decise di comprare un nuovo pianoforte a coda e pareva uno spreco non farmi iniziare (mio fratello già studiava violino). Allora avevo 4 anni.

Non ricordo molto di com’è iniziato il tutto. So solo che per me il pianoforte è sempre stato parte della mia crescita e della mia formazione. Non l’ho mai “vissuto” in maniera tale da precludermi altre possibilità, o come una fissazione per cui dovessi assolutamente riuscire a raggiungere un certo tipo di carriera. Ho sempre cercato – e cerco tuttora – di avere un rapporto molto sano con lo strumento, in modo tale da vivere la mia relazione con la musica e il mondo sonoro come parte del mio presente, un modo di comunicare con l’attualità, un territorio di ricerca e indagine.

Cosa significa “fare il musicista”?
La carriera del musicista è in qualche modo molto differente, ma anche molto simile a quella di molti lavori da libero professionista. Le basi per una carriera solida, a mio modo di vedere, si possono avere solamente con un contatto quotidiano con lo strumento, tante ore spese alla tastiera e dedicate allo studio. Questo, a mio avviso, è una conditio sine qua non per poter essere sempre all’altezza e possedere valide difese nei momenti di maggiore pressione, quando si è in concerto.

Il musicista è molto simile ad un atleta: la preparazione costituisce la parte più importante del lavoro. Per quanto riguarda il proseguimento e lo sviluppo, quello dipende da mille variabili, che spesso non sono in nostro potere.

Senza dubbio, nel mio caso, la visibilità che ho avuto grazie al premio Honens è una vetrina fondamentale per poter costituire relazioni, contatti, eventi e debutti importanti, che vanno a comporre un mosaico molto delicato. La cosa fondamentale, però, è sempre quella di essere e farsi trovare pronti al momento giusto: suonerà come un luogo comune, ma è molto vero.

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Nel 2015 è arrivata la vittoria del prestigioso premio Honens Piano Competition. Quali le emozioni di quel momento non troppo lontano?
Sicuramente la vittoria del premio Honens è qualcosa che ti cambia la vita. Sia in termini professionali, ma anche come persona. Innanzitutto è una grande responsabilità: cercare sempre di mantenere le aspettative che un concorso di tale portata comporta. Per me vincere un concorso non è mai stato il fine di per sé: i concorsi sono talmente imprevedibili che li considero come un banco di prova per se stessi, per mettere alla prova la propria capacità di comunicazione, comunicazione di un’idea, di un pensiero, che può, come non, essere recepita dai giurati. Del resto, oggi come oggi non è più un fattore meramente tecnico, tutti i partecipanti sono pressoché ineccepibili, quindi molto rimane al gusto del singolo giurato.

Forse non è stato un caso che Honens fosse la giusta competizione per me: un concorso dove molto spazio è dato all’immaginazione del singolo concorrente, a partire dalla scelta del programma, dove il tipo di virtuosismo apprezzato non è forse quello standard da “macina note”, ma un virtuosismo molto più intellettuale, dove grande risalto è dato alla musica da camera e persino al proprio modo di pensare e vedere la musica e l’arte. Non a caso, durante il concorso, vengono effettuate due interviste con alcuni giornalisti.

Del premio così si legge: “The competition aims to discover The Complete Pianist – a 21st century artist for 21st century audiences”. Cosa pensi abbiano visto i giudici in te? Ti senti il pianista del ventunesimo secolo?
Non so se sono il pianista del ventunesimo secolo, ma di certo cerco di accostarmi alla musica con lo spirito e la sensibilità di un uomo di oggi, per cui lo spogliarsi di certe abitudini e tradizioni è assolutamente necessario. Suonare non deve essere una reclusione, né dobbiamo atteggiarci a portatori di sapere o depositari di qualsivoglia segreto mistico, nemmeno fossimo una setta ermetica. Quello che penso è che l’artista, oggi più che mai, abbia la fortuna di essere sempre a contatto con grandi opere dell’ingegno umano e, avendo questa fortuna, possa solo condividerla nel modo più semplice e naturale possibile: suonando, coinvolgendo, avvicinando la gente, e non respingendola o creando un dislivello (sia intellettivo, sia emotivo) con il nostro pubblico. Senza pubblico non potremmo nemmeno fare questo lavoro. Ed è semplicemente una coincidenza, a mio avviso, che a me sia dato di farlo attraverso la musica: avrebbe potuto essere attraverso altro e per questo motivo rifiuto l’idea che ci sia un qualche tipo di vocazione nel fare musica.

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Quali sono le tue aspettative in termini di carriera dal momento della vittoria?
Come detto, la vittoria cambia molto le prospettive per un giovane come me. Il modo migliore è riuscire a sfruttare appieno l’esposizione e le possibilità che questa vittoria offre. Sono un ragazzo con i piedi per terra, quindi cerco di lavorare con molta dedizione per creare un terreno fertile per queste opportunità. Suonare è un mio modo di comunicare e cerco di farlo nel migliore dei modi possibili.

In termini pratici, a medio raggio, direi che mi piacerebbe continuare a viaggiare e suonare, cose che sto realizzando grazie a questa vittoria, approfondendo anche altri aspetti del lavoro non necessariamente collegati alla pratica solistica, come la musica da camera o l’insegnamento.

Al momento attuale dove vivi, studi e lavori?
Al momento vivo a Milano, dopo un semestre di studio negli Stati Uniti, un paese molto diverso dall’Italia, dove la libertà del singolo poco si concilia con le regole (abbastanza rigide) del sistema scolastico. Ho capito come l’Europa sia molto più affine alla mia dimensione e al mio modo di vedere, specialmente in questi tempi. È stato sicuramente un momento di crescita e confronto, che non rimpiango affatto.

Come vedi il futuro della musica nel Bel Paese?
L’Italia, come sempre forse, vive un grande momento di paradosso. Sicuramente è il paese che per rapporto popolazione/talento (se si può usare questo parametro) continua a fornire numeri spaventosamente alti di qualità e risultati. Penso solo ai pianisti della mia generazione che hanno vinto un concorso di Federazione: saremo almeno sette! Per non parlare poi dei giovani direttori d’orchestra. Nessun altro paese europeo (per non parlare dell’America) può vantare questi risultati. A mio avviso il merito sta nella singolarità del sistema educativo italiano: non è un sistema forte di per sé, ma ha, al suo interno, delle individualità di una qualità veramente unica. Non capisco, quindi, il continuo piagnisteo che ci accompagna. Sicuramente soffriamo l’evoluzione del pubblico, ma questo è un fattore piuttosto comune ora, e benché manchi forse un’educazione alla musica a partire dall’istruzione elementare, penso che la cultura, in Italia, sia parte integrante del nostro paese e della nostra sensibilità. Siamo circondati da arte in ogni angolo del paese, e, vivendo a Milano, posso solo dire che c’è solo l’imbarazzo della scelta. E’ quasi impossibile riuscire a stare dietro a tutte le iniziative culturali (e musicali) della città. Il futuro non lo vedo assolutamente depresso come molti lo rappresentano.

Infine, cosa puoi dirci del programma che presenti a Toronto?
A Toronto suonerò il Concerto K. 505 di Mozart. Come molti degli ultimi concerti per pianoforte e orchestra di Mozart, è un’opera che pone molti dubbi e difficoltà interpretative. Bisogna innanzitutto considerare che Mozart scrisse queste opere per se stesso, e quindi le parti pianistiche, talvolta, sono quasi degli abbozzi molto scarni rispetto a quello che la filologia ci dice essere stato il risultato sonoro. La pratica dell’improvvisazione allora era fondamentale in opere del genere e senza dubbio Mozart fu uno dei maggiori virtuosi. Ho ascoltato molte registrazioni di fortepianisti, che sicuramente hanno un approccio più fantasioso e libero rispetto alla tradizione musicale influenzata dal romanticismo, quindi spero che il pubblico in sala riesca a percepire tutto questo.


[Sabato 22 aprile, ore 19:30; domenica 23 aprile, ore 15:00.
Per info e biglietti www.tso.ca]

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