Avete visto tre giapponesi passare per Milano?

Avete visto tre giapponesi passare per Milano?
Hokusai, Hiroshige e Utamaro a Palazzo Reale: la realtà fatta fumetto

by Beatrice Gaspari

MILANO – Domande e qualche risposta (da me a me):
Ma non li abbiamo già visti Hokusai e gli altri?
Sì.

E allora?
Questa volta mi sono piaciuti di più.

Perché?
C’era un bell’allestimento e la mostra mirava all’esaustività, fin troppo, forse. Era lunghissima. Poi Hokusai illumina Hiroshige, e viceversa.

In che senso?
Che la prima parte è tutta dedicata ad Hokusai e chi guarda diventa familiare col suo modo di rappresentare. In qualche modo, pensa che i giapponesi disegnino come lui, che lui rappresenti il modo classico di disegnare. Poi si va avanti, e si vedono le cinquantatré Stazioni di Hiroshige e il suo modo di rappresentare è diversissimo. Sono diversi come Michelangelo e Leonardo.

Chi ti piace di più?
Hiroshige mi commuove e mi ricorda i fumetti belgi. Hokusai però mi sconvolge. Comunque preferisco Hiroshige.

E Utamaro?
Mi piace moltissimo, ma non so commentarlo. Gli sguardi delle sue donne seguono per sempre chi li incrocia. Ce li si sente addosso.

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La visita?
Lunga, lunghissima. L’ho già detto. Ma non stancante. Brutte le riproduzioni delle xilografie allo shop. Meglio, così non ci si illude di possedere una grafica giapponese.

Il senso della mostra.
Una retrospettiva completa e la messa in luce del senso culturale dell’arte giapponese che si è sviluppata tra Settecento e Ottocento. Bello il video che spiega come si realizza una xilografia.

Perché in questo periodo è di moda l’arte giapponese?
Ci rasserena l’idea di rappresentare gli oggetti naturali in maniera semplice. Gli Ukiyo-e, immagini del mondo fluttuante, regalano una sensazione di calma preziosa.

Lo zen ha a che fare con lo sviluppo di quest’arte?
Moltissimo. E bisognerebbe studiarlo un po’ se ci si vuole accostare all’arte giapponese in maniera competente.

Finite le domande?
Finite.

Una riflessione ispirata dalla mostra

Mentre visitavo le sale di questa mostra a Palazzo Reale, avevo una sensazione forte: ero entrata in un fumetto.
O precisamente: la sensazione era quella di essere tornata all’infanzia, quando mi perdevo nelle illustrazioni di Mitsumasa Anno. Il libro (Un viaggio, era il titolo) è un classico da quando è uscito, nel 1977. Il protagonista del libro – il viaggiatore a cui rimanda il titolo – andava individuato di volta in volta nelle tavole che si susseguivano, paesaggi dettagliatissimi (e in realtà carichi di riferimenti) rappresentati a volo d’uccello.

Forse è capitato anche a voi di sfogliarlo.

Vediamo gli uomini dall’alto, le giornate, i mestieri, i modi di vivere. Emerge una sensazione di tranquilla e umile partecipazione alla natura del mondo. Rileggendolo ora, si colgono numerosi i riferimenti ironici e colti, che a me lettrice bambina sfuggivano. La sensazione che vi riscontro ancora è il contrario dello straniamento: un senso di avvolgente appartenenza.

In quelle linee meticolose si avverte una forte adesione alla realtà. I contorni non appaiono netti come in Hokusai e Hiroshige. C’è l’uso dell’acquerello. E c’è la prospettiva. Ma nessun particolare è omesso a vantaggio dell’illusione. Nessun personaggio fotografato nella sua attività, anche se rappresentato lontanissimo, è privato di dettagli accuratissimi. Lo sfumato c’è, ma è sempre contenuto in linee di disegno a contorno chiuso. Non crea illusione, serve solo per alleggerire. Come nelle incisioni classiche giapponesi, la linea chiusa vince.

Mitsumasa Anno è giapponese. Non è un caso.

L’arte giapponese per noi occidentali ha significato liberazione. La rivalutazione del disegno. Il ritorno potente e trionfale dell’illustrazione. Un orgoglioso riavvolgersi della bobina, fino a tornare ai miniatori medievali, ingenui e grandissimi proto illustratori.

La linea chiusa non lascia spazio all’illusione, all’interpretazione. Costringe al rigore, nella sua evidenza.
Forse per questo i giapponesi, popolo rigoroso, non hanno mai sentito l’esigenza di abbandonarla.

Una piccola suggestione, per me un gioco divertente

Da quando sono uscita dalla mostra desidero interpretare la realtà come un fumetto, voglio leggere le potenzialità di un personaggio, magari giapponese, che si aggira a Parigi, per il Marais, o anche solo a Milano, appena fuori da Palazzo Reale. Guardo le persone e le cose con nuovo interesse. Desidero impadronirmene, e farle mie disegnandole. Perché il contorno conchiuso delle figure è una scoperta continua. Lo è stata per Van Gogh, Manet e tantissimi altri, lo è ancora per noi. In senso opposto alla mìmesis occidentale, regala una deliziosa sensazione pre-giottesca, infantile, e fiduciosa nei confronti del mondo. Limitata, ma perfetta.

La linea chiusa conteneva da sempre in sé il principio dell’animazione. Perché? Perché le figurine illustrate meticolosamente, senza possibilità di essere risolte nell’illusione di uno sfumato, impongono di padroneggiare, di connotare la realtà. Di rendere gli uomini sorte di pupazzi. Spingono, insomma, in qualche modo a fare proprio il mondo che circonda. E invitano a crearne uno proprio.
Impongono in qualche modo di animare. Tintin è nato da qui.
Da quando sono uscita ho voglia di animare il mio mondo personale, di popolarlo di immagini a linee chiuse.

Voglio disegnare tre giapponesi che camminano per Milano.


[www.hokusaimilano.it]

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