Un Maestro veneziano a Toronto

La caverna delle meraviglie: Lino Tagliapietra per la Sandra Ainsley Gallery di Toronto

by Sebastiano Bazzichetto

TORONTO – Di tagliare e smussare blocchi di marmo Lino non ne ha mai avuto intenzione; Tagliapietra, per ironia della sorte, è semplicemente il suo cognome. Sin dall’infanzia, il Maestro Lino Tagliapietra si è sempre confrontato con un materiale ben più delicato: il vetro. Nato nell’isola di Murano, famosa in tutto il mondo per le sue vetrerie, Lino ha saputo coniugare negli anni la tradizione veneziana con gli stimoli e le richieste del nuovo continente, approdando negli Stati Uniti, dove trascorre circa sei mesi all’anno nel suo studio a Seattle; dell’imprenditoria lagunare ha mantenuto inoltre l’aspetto famigliare ed infatti il nipote Jacopo è il curatore di mostre ed eventi a livello internazionale.

Godendo di un’esclusiva anteprima, lo abbiamo raggiunto presso la Sandra Ainsley Gallery qualche giorno prima della vernice della sua mostra [inaugurata lo scorso 13 maggio] per fargli un paio di domande sulla sua arte e la sua carriera.

Maestro, Lei ha detto: «Il vetro è un materiale meraviglioso. Perché è vivo. Anche quando è freddo, continua a vivere. E’ legato al fuoco, all’ acqua e alla natura stessa. Il vetro è la mia vita». Tuttavia, “una vita di vetro” pare un’espressione un po’ infelice, che evoca l’idea di freddezza e fragilità. Cosa ama del vetro?
L’idea comune che si ha del vetro è quella di estrema fragilità. Storicamente tuttavia sono innumerevoli gli oggetti trovati e recuperati negli scavi archeologici ancora intatti, una resistenza che quasi nessun materiale possiede. Nei musei ci sono vetri che hanno quasi duemila anni.  Il vetro va preservato con una certa cura e religiosità. E’ un materiale bellissimo. Certo, se si getta una coppa di cristallo per terra si romperà, ma anche un cubo di ferro immerso nell’acqua finirà per arrugginire e sgretolarsi.

Schermata 2017-05-15 alle 13.07.01
Bilbao

Ha mai pensato di usare altri materiali per le Sue opere?
Ultimamente ho pensato di creare degli oggetti in metallo. Ma poi torno al mio grande amore di sempre. Sono nato e cresciuto a Murano dove la vita era ed è vetro: si “parlava”, si “mangiava” a pane e vetro, potrei dire. Chi poteva permettersi di andare a scuola era una rarità assoluta. La vita era fatta di lavoro, in vetreria.

Potremmo dire allora che ha avuto anche un’infanzia di vetro?
Si andava a lavorare quasi per gioco: sin da piccolo mi sono sentito affascinato e interessato al vetro. Il vetro è legato all’arte, alla cultura, alla vita di tutti i giorni. Può essere capito da un architetto o da un poeta. Il vetro si lavora insieme ad altri materiali, con forza e con leggerezza, con il calore del fuoco e il freddo dell’acqua. E’ la sintesi di moltissime cose.

Come avviene per Lei il processo creativo?
Innanzitutto, mi affascina l’idea di lavorare, sono un  gran lavoratore. Prima di cominciare un nuovo progetto non dormo la notte. C’è bisogno di una preparazione mentale. Lavorare il vetro vuol dire anche cercare di dare forma a sogni inespressi, sogni che a volte non hai il tempo o le possibilità tecniche ed economiche di realizzare. Ma bisogna sempre sognare. C’era un cavallo quest’anno al Kentucky Derby & Oaks di nome “Always dreaming”: ecco, io avrei scommesso su quel cavallo. L’attività umana in genere è legata alla natura, così come la materia vetro. E’ unica la libertà di lavorarlo, la capacità tecnica di esprimere quello che pensi. Posso immaginare un pezzo stranissimo, che potrà essere realizzato o forse no. Per me, il vetro è libertà e rispetto.

Lei ha conosciuto e lavorato con molti artisti del vetro, tra cui Dale Chihuly. Qual è il Suo rapporto con la tradizione veneziana? Cosa ne pensa dei maestri americani?
Io credo di essere uscito dallo stereotipo veneziano pur rimanendo legato ad una tradizione profondamente veneziana. Anche Chihuly per esempio ha un’idea molto antica di Venezia. Ha meno legami con la tradizione. Bisogna pensare che in Europa ci sono diverse culture. Per Chihuly ad esempio è importante il rapporto con la cultura indigena. Chihuly pensa come un europeo ma con più libertà. Una volta c’era un’influenza veneziana nel vetro americano; ora direi che Venezia si ispira all’America.
Tradizione vuol dire anche regole. Io la mia libertà l’ho guadagnata: sono sempre stato un po’ insofferente ai precetti. Ho passato lunghi anni ad imparare certe tecniche, come soffiare il vetro. Il mestiere ti obbliga a produrre quello che devi produrre, un oggetto anziché un altro. Alla fine, ho smesso di pensare alla fabbrica come tale. Ho disegnato molte cose per le vetrerie, ma dovevano essere ripetitive. Bisognava disegnare in base alle tecniche. Ci sono diverse tecniche e per ciascuna di esse c’è un maestro diverso, chi specializzato in uccellini, chi in pesci, in vasi e così via. Quindi devi disegnare per permettere al maestro di realizzare quell’oggetto rispettando le sue capacità. Come artista hai un grande privilegio: hai un solo cliente. E’ il tuo destinatario, curioso, intelligente, aperto all’originalità.

Cuzco
Cuzco

Qual è lo spartiacque tra artigianato e arte?
Credo che qualunque oggetto abbia bisogno di una cultura, di un’espressione tecnica del lavoro. Il vetro è un’opera d’arte con un’energia, con una sua propria poesia che lo fa diventare un oggetto “super”. In America, negli anni ’60, era più importante l’idea della tecnica. Indubbiamente, c’è sempre bisogno di pensare all’oggetto. L’opera d’arte può essere anche un goto [piccolo bicchiere da pasto di uso comune] ma l’oggetto deve trasmettere il senso della bellezza, anche se è un oggetto piccolo. Lo stesso Rubens esprimeva qualsiasi sentimento con la sua capacità tecnica. L’arte è l’unione della tecnica e dell’idea.

Parliamo di installazioni: come cambiano l’idea di arte?
Penso che le installazioni abbiano una natura più commerciale. E’ un fatto di design, a volte possono risultare anche molto pacchiane. E’ la sintesi di un percorso forse più elaborato. Sta sostituendo l’affresco, l’oggetto d’arte di grandi dimensioni. L’installazione ha bisogno di rappresentatività, come se fosse una scultura o un quadro, diventa qualcosa in più. E’ come riprodurre un’immagine in grandi dimensioni. L’installazione è così: un’espressione cromatica e un disegno geometrico. Quello dell’installazione è un processo creativo che mi affascina.

Quale opera la rappresenta di più in questa mostra?
E’ impossibile riassumere tutto in un unico oggetto. Onestamente non saprei. Qui esposti ci sono tanti “Lini”. Una mostra è un lungo discorso di vita e di esperienze. Lino ha sempre sperimentato: cambio più idee che camicie. Ogni oggetto è ciò che mi piacerebbe essere: come in un albero, ci sono tante radici che appartengono allo stesso tronco. L’importante è riconoscere Lino – l’albero – in ogni oggetto, anche per correttezza intellettuale.

Il Suo lavoro non sarebbe possibile senza l’aiuto dei Suoi collaboratori…
Verissimo ed è importante ricordarlo. Lavoro con alcuni collaboratori da quasi vent’anni. Io non potrei essere quello che sono se non avessi degli ottimi assistenti. So cosa significa essere un buon aiutante, io ne ho avuti e ne ho di molto bravi. Un bravo assistente ti facilita il lavoro; se non è bravo e non lavora bene, l’oggetto di vetro è meno bello.


[La mostra resta aperta fino al 3 luglio 2017
www.sandraainsleygallery.com]

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