L’approdo: migranti e migrazioni secondo Shaun Tan

L’approdo: migranti e migrazioni secondo Shaun Tan

by Marilisa Mainardi

BOLOGNA – L’approdo (titolo originale, The Arrival) è un libro silenzioso. Non vi sono parole dentro. Non se ne sente nemmeno la mancanza, a dire il vero. Diciamo pure che non occorrono.

E’ un racconto fatto solo di immagini, bellissime sin dalla copertina, che appare come un diario in pelle rilegato, dal sapore antico. L’atmosfera ingiallita delle cose, dei ricordi stampati come polaroid ma precisi come se ne vedono solo nelle migliori incisioni richiama alla mente un mondo lontano sia nel tempo che nella realtà che noi conosciamo.

L’approdo parla a tutti noi: a chi si è allontanato da casa, a chi non l’ha fatto, a chi ha paura di andarsene. E’ una sorta di storia universale dei migranti, così sospesa nel tempo e in un mondo fatto di un’apparenza che non comprendiamo ma di sentimenti umani che invece riconosciamo come assolutamente vicini.

L’amore è il cardine di tutto. La compassione, il conforto, l’aiuto. Ciò che rende l’umanità bella oltre le miserie quotidiane: una carezza, un abbraccio, il conforto di un amico a quattro zampe.

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Tutto ciò che sappiamo del protagonista della storia è che è un uomo costretto a lasciare il proprio paese, ad abbandonare la sua famiglia. E’ – più profondamente – costretto ad abbandonare tutto ciò che riconosce come felicità e amore. Porta con sé un feticcio a imperitura memoria della sua vita passata: una fotografia sbiadita della moglie e della figlia che lascia nella speranza di poter costruire per loro e con loro, attraverso il suo sacrificio, un futuro migliore.

Così si imbarca insieme a molti altri disperati sulla nave della speranza: al termine di una traversata apparentemente solitaria, consapevole di condividere il destino degli altri viaggiatori, il protagonista approda sulle coste di una città fantastica, all’apparenza molto moderna, circondata da strani simboli e scritture che non riesce né a leggere né a comprendere.

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Viene visitato, studiato, marchiato. Ottiene così il beneplacito per entrare nel paese sconosciuto.

La sua prima preoccupazione è quella di trovare un riparo. Lo farà grazie all’aiuto di una signora che affitta una piccola stanza al di sopra di una sorta di sala macchine. Un luogo piccolo e freddo la cui atmosfera viene però sin da subito riscaldata dalla presenza di uno strano animale domestico, qualcosa che nel nostro mondo non esiste ma che non fatichiamo a riconoscere. Il mondo in cui si trova il protagonista lo fa sentire inadatto, incapace, inadeguato. Con coraggio però, prenderà via via confidenza con esso e arriverà ad aver fiducia in ciò che lo circonda fino al punto in cui si ricongiungerà con la sua famiglia che lo raggiungerà.

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Tutto il libro è percorso dalla magia di queste figure fantastiche che ogni tanto invadono la scena, uccelli di carta costruiti con la tecnica dell’origami, messaggeri volanti che sembrano delle cabine marittime penzolanti da lune, inquietanti esseri dai conici cappelli.

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La prima e l’ultima pagina del libro raffigurano, come fossero foto di passaporto, i volti di moltissime persone appartenenti a etnie diverse, donne e uomini uniti dallo stesso destino di migranti. D’altra parte è facile la considerazione che ammette le migrazioni come parte essenziale della storia dell’uomo, sin dalla sua comparsa sulla terra.

Il segno di Tan è ricco di dettagli, quasi fotografico. Le tonalità sbiadite conferiscono alle immagini la nostalgia dei ricordi, anche di cose che non si sono vissute. E’ un racconto nel quale ogni singola raffigurazione diventa essenziale per entrare nella comprensione della storia e nelle emozioni che essa genera.

E’ un libro capace di emozionare senza parole, la graphic novel perfetta. Imperdibile sotto ogni punto di vista.

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