Il Crepuscolo degli Dei

Il Crepuscolo degli Dei

by Sebastiano Bazzichetto


TORONTO – “L’anello del Nibelungo” di Richard Wagner è una tetralogia a dir poco imponente, una sommatoria – per usare una metafora algebrica – che ammonta a ben quindici ore di musica e canto e che rappresenta la quintessenza della mitologia nordica, venata di escatologia messianico-cristiana, intrisa di un profetismo che arriva a surclassare l’Übermesch nietzschiano dal momento che, anche per l’Olimpo del Nord, giunge infine l’ultimo capitolo delle avventure di dei, nani ed eroi in cui il post-umano pare essere l’unico futuro possibile.

“Il crepuscolo degli dei” (Götterdämmerug) è il quarto ed ultimo dei drammi musicali della saga wagneriana, rappresentato per la prima volta nel 1876 al Festival di Bayreuth (ancora oggi sacello operistico che mantiene viva la fiamma del repertorio del Maestro teutonico). Fece il suo debutto in Italia alla Fenice di Venezia di lì a qualche anno, esattamente nella primavera del 1883.

La Canadian Opera Company è tornata a riproporlo questo febbraio con la rivisitazione di una produzione diretta dal britannico Tim Albery. Johannes Debus ha diretto per la prima volta il lavoro del compositore tedesco con decisione, a volte accelerando qualche numero – quasi con brio – senza rinunciare all’imponenza musicale che contraddistingue la partitura nella parti corali e nel finale dai toni apocalittici. Anche il soprano americano Christine Goerke ha debuttato in quest’opera nelle vesti della valchiria Brunilde.

Nel capitolo conclusivo dell’epica wagneriana, tra pozioni magiche, anelli del potere, corvi-messaggeri ed inganni, Brunilde e Sigfrido sono riuniti in una storia a doppio filo di amore e morte, come i mondi degli uomini e degli dei che si riducono in fiamme, per risorgere in un’armatura melodica evocativa e affascinante di palingenesi. Sono molti i pezzi musicali famosi che compaiono nel finale della tetralogia, con costanti citazioni dalla cavalcata delle valchirie all’aria dell’uccello canoro dal “Sigfrido” (in scena l’anno scorso).

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L’interpretazione dello scenografo Michael Levine, a tratti poco convincente, trasporta la fantasmagorica epopea nordica in un contesto novecentesco che ha poco sapore e, certo, non blandisce l’occhio. E’ basata di fatto su un minimalismo di oggetti, costumi e colori con una prevalenza di grigi e neri, vivacizzati di quando in quando dal rosso delle sedie girevoli, del sangue e delle luci abbaglianti dal fondo delle quinte a simboleggiare le fiamme.

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Senza dubbio, i ruoli di Sigfrido e di Brunilde in Götterdämmerung sono tra i più impegnativi di tutta l’opera, parti che richiedono voci d’acciaio e una notevole presenza drammatica; il tenore Andreas Schager ed il soprano Goerke hanno saputo creare una tessitura vocale ben sostenuta e chiara, senza dimostrare il benché minimo sforzo nell’interpretazione melodica. Degne di nota sono state le performance del baritono tedesco Martin Gantner (Gunther, rivale di Sigfrido), dell’estone Ain Rabbia nei panni di Hagen, delle tre Norne, figlie di Erda dea della Terra, che filano il destino di Sigfrido in un trio di voci ben armonizzato. Lodevoli le parti corali, sempre ben curate nelle produzioni della C.O.C.

Il titanico viaggio inaugurato con “L’oro del Reno” (Das Rheingold) è giunto quindi alla sua nobile ed umana conclusione, quando Brunilde si uccide, seguendo il suo amato sulla pira in fiamme, in un cerchio che di fatto non si chiude ma che lascia al pubblico la scelta di un vero e proprio finale, a metà tra sogno e realtà, tra il tramonto degli dei e l’alba di un nuovo genere umano.

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[In scena al Four Seasons Centre fino al 25 febbraio]

(Photo Credits © Michael Cooper, Canadian Opera Company’s production 2017)


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