Kienholz alla Fondazione PRADA

Kienholz alla Fondazione PRADA

by Beatrice Gaspari

[English version below]

MILANO – Prima di tutto, facciamoci delle domande (e diamoci delle risposte): chi è Kienholz?
Edward Kienholz è stato un artista americano. Nato negli anni ’20, e morto a metà degli anni ’90.

Cosa ha fatto di speciale?
Ha dato voce a una critica potente al sistema economico e culturale americano. È considerato un precursore dell’assemblaggio e della funk art. I materiali con cui componeva le sue opere erano rottami di automobili e oggetti trovati nelle discariche.

Come lavorava?
Furiosamente. Pare che il lavoro artistico fosse per lui un’ossessione. E in coppia: ha lui stesso dichiarato che i lavori realizzati dal 1972 in avanti sono da considerarsi realizzati insieme alla quinta e ultima moglie, Nancy Reddin Kienholz.

Cosa c’entra con Milano?
In America, per molto tempo, alcuni lavori di Kienholz non hanno trovato una sede di esposizione. Si postula che la ragione sia da individuare nella loro carica sovversiva. Five Car Stud è stata esposta per la prima volta a Documenta 5, a Kassel, in Germania, nel 1972.

E poi? Poi, nonostante le reazioni potenti che l’installazione ha suscitato, è rimasta nascosta nel deposito di un collezionista giapponese per molto tempo. Credo per quasi quarant’anni. È stata infine restaurata e portata a Los Angeles, e poi in Danimarca. Quindi è diventata parte della collezione della Fondazione Prada. È così che è arrivata a Milano. È la prima volta che viene mostrata in Italia.

Cosa rappresenta? Basta domande. Voglio più spazio, per un vero racconto. Voglio raccontare il giorno in cui l’ho vista.

Per me va bene. Ma non dilungarti…
Promesso. Camminavo per lo Scalo di Porta Romana, a Milano. Il gelo era potente, si rischiava di scivolare. La Fondazione era immersa nella nebbia… Due parole sulla sede milanese della Fondazione (a Venezia esiste un altro polo): è il risultato della riconfigurazione architettonica di una vecchia distilleria milanese ed è stata aperta nel 2015.

Ti dilunghi…
No. Torniamo al giorno della visita: sono entrata, ero con un’amica, e ci siamo dirette subito verso l’ala del museo che ospitava Kienholz. Perché la mostra ci era stata consigliata e non vedevamo l’ora di vederla. Nei corridoi, erano esposte, tra le altre, queste opere: Twilight home (1983), In the Bear Chair (1991), Surely Shirley (1992) e molte altre. Ho messo i titoli, così potete cercarle su Google, se volete. Una descrizione a parole non rende la potenza visiva degli assemblages. Parlano di pedofilia, di sfruttamento del corpo della donna. Sono una critica verso l’orgoglio di essere americano. Sono opere fortissime.

Alla fine del corridoio, c’era Five Car Stud, che era poi il vero motore dietro la nostra visita. Siccome ne avevo sentito a lungo parlare, mi aspettavo qualcosa di diverso.

Invece è andata più o meno così: alla Fondazione, funziona che ci sono molti ragazzi preparatissimi, ma nessuno si azzarda a parlare al visitatore che non chieda espressamente dei commenti. Così, ci hanno solo indicato la direzione e siamo entrate in una stanza illuminata fiocamente. Per terra, sabbia vera. Non sapevamo se potevamo calpestarla o se faceva parte dell’installazione.

Allora, un po’ cautamente abbiamo cominciato a camminarci sopra. Era una sensazione strana: la sabbia entrava nelle scarpe, proprio come al mare d’inverno, e in più eravamo in uno stato d’animo bizzarro, perché non sapevamo se potevamo camminarci sopra o no, a quella sabbia. La scena stessa era volutamente da voyeur: era la riproduzione in dimensioni reali una scena di violenza razziale.

Impossibile affidarsi alle sole parole per descriverla…

KIENHOLZ 1

 

Ecco: eravamo di fronte all’evirazione di un uomo nero. Su una macchina, una donna bianca si copriva la bocca e sbarrava gli occhi. È lei la donna per il cui stupro (presunto) l’uomo sta venendo barbaramente punito? Non ci è dato sapere. All’interno di una tanica di benzina, vicino al fulcro dell’installazione, si leggono le lettere che compongono il nome “n-i-g-g-e-r”.
Kienholz ha dichiarato che il tema dell’installazione è “il peso di essere americano”.

Poi… Poi si è in uno stato di animo diverso, quando si esce da quella stanza. E si entra nella sezione documentaristica, che ricostruisce il modo in cui lavorava Kienholz.

Filmati lunghissimi, in bianco e nero, riprendono una vita dedicata all’arte: Edward ripreso a Los Angeles, nella casetta con giardino dove abitava, insieme a Nancy Reddin e ai loro figli. Si vede lui che va e torna, per le scale, carico di pezzi recuperati nelle discariche, e assembla, crea senza sosta.
Un uomo imponente, sorridente (molto), appassionato. Sembra senza pace salvo che nel momento della creazione.
E poi i giornali, le recensioni delle mostre dell’epoca. Lo scalpore suscitato che trapela dalle pagine ingiallite.

Un’ultima domanda… Posso?
Sì.

Perché scrivi di Kienholz?
Mentre vedevo la mostra, provavo una sensazione di turbamento. Era una sorta di immedesimazione potente. La perdita momentanea del confine tra l’opera e i miei sentimenti.

Era qualcosa che trascendeva totalmente il tema della critica al sistema americano.

KIENHOLZ 2

Aveva più a che fare con quei filmati (naturalmente visti dopo Five Car Stud; la mostra è progettata in modo intelligente, le reazioni dei visitatori ben calibrate): vedere il modo di lavorare di Kienholz mi ha scatenato una grande voglia di creare: nonostante i contenuti così impegnati, così importanti, quello che mi ha più colpito è stata l’immedesimazione con l’atto liberatorio di creazione di Edward e Nancy Kienholz. Ho capito, intuito quanto estetica fosse la loro ricerca, nonostante l’apparente contraddizione con l’utilizzo di materiali di recupero. Quegli archivi in bianco e nero, insomma, mi hanno scosso. È la parte di mostra più pacata, apparentemente; in realtà è fortissima, i filmati incollano allo schermo. Il miracolo di Kienholz per me è quello di far vincere la forma artistica, che è anche e soprattutto atto estetico pieno, sui contenuti più impegnati.

La mostra è aperta fino a marzo. Anche il resto di Milano merita, soprattutto in questa stagione. Non aggiungo altro.

Ecco, bene.


 

[Five Car Stud. Mostra per la curatela di Germano Celant – 19 maggio 2016 – 19 marzo 2017. Fondazione PRADA, Milano]


Kienholz at the Fondazione PRADA

[translation by J. Granata]

MILANO – First of all, let’s ask ourselves a few questions (and let’s answer them): who is Kienholz? Edward Kienholz was an American artist born in the 1920s and died in the mid 1990s.

What did he do that was special? He gave voice to a powerful critique of the American economic and cultural system. He is considered a precursor to assemblage, or installation art and funk art. The materials with which he created his works were scrap auto parts and discarded objects.

How did he work? Frenziedly. It seems that artistic work was an obsession for him. He also worked as one of a pair: he himself declared that all of the works created from 1972 on should be considered collaborations, co-created by him and his fifth, and last wife, Nancy Reddin Kienholz.

Why does Milan matter? For many years in the United States, some of Kienholz’s works did not find a gallery or an exhibit to call home. It is postulated that the reason for this was the subversive nature of the works themselves. Five Car Stud was first put on display at the Documenta 5 contemporary art exhibition held in Kassel, Germany in 1972.

And then? Then, notwithstanding the strong reactions raised by the installation, it remained hidden in the warehouse of a Japanese collector for quite some time; forty years, I believe. It was later restored and brought to Los Angelese, and then Denmark. Then it became part of the Fondazione Prada collection. This is how the piece came to arrive in Milan. This is the first time it is on exhibit in Italy.

What does it represent? Enough questions. I want more space for a true story. I want to tell you about the day I saw the exhibit.

Great for me. But don’t drag it out … Promise. I was walking towards the Porta Romana railway station in Milan. It was bitterly cold and the slippery. La Fondazione Art Museum was immersed in fog … A brief aside about the Milanese seat of La Fondazione (another seat exists in Venice, as well): it is the result of the architectural reconfiguration of an old Milanese distillery, and was opened in 2015.

You are digressing … No. Let’s go back to the day of my visit: I entered, I was with a friend, and we walked straight towards the museum wing that housed Kienholz. Because the exhibit was suggested to us, we couldn’t wait to see it. In the corridors were displayed the following works, amongst others: Twilight home (1983), In the Bear Chair (1991), Surely Shirley (1992), and many others. I’ve included the titles here so that you can search them on Google, if you like, because words just will not do justice to these installations. They speak of pedophilia, the exploitation of the female body. I should say that I am a critic of the pride of being American. They are very powerful works.

At the end of the corridor there was Five Car Stud, which was the true reason for our visit. Since I had heard a great deal about this piece, I was expecting something different. Instead, my visit more or less went like this: at the Fondazione there are many young people that are very well versed, but no one hazards to speak to a visitor who does not expressly ask for commentary. So, they only indicated the way, and we entered into a dimly lit room. On the floor, real sand. We didn’t know if we could walk on it, or if it was part of the installation.

So, cautiously, we began walking on top of the sand. It was a strange sensation: sand got into our shoes, just like at the beach in Winter, and what added to our strange sensation was the bizarre state caused by our not knowing if we could walk on top of the sand, or not. The scene itself was set deliberately for a voyeur: it was the life-size reproduction of racial violence.

It is impossible to trust only words to describe it …

There: we were in front of the castration of a black man. On a car, a white woman covered her mouth and widened her eyes. Is it because of this woman’s (presumed) rape that the man is being so barbarically punished? We can’t know. On a jerry can of gasoline, near the cornerstone of the installation, one can read the letters that comprise the name “n-i-g-g-e-r”. Kienholz declared that the theme of the installation is the “weight of the American human being”.

Then … When you leave that room you are in a completely different state of being. Now we enter into the documentary section, which reconstructs the way in which Kienholz worked. Long black and white films recapture a life dedicated to art: Edward in Los Angeles, in his small home with a garden where he lived, together with Nancy Reddin and their children. We see him who comes and goes, up and down the stairs, carrying discarded objects from landfills, and he assembles these objects, creating, without pause. An impressive man, smiling (a lot), passionate. He seems without peace, except in the moment of creation. And then newspapers, reviews of the exhibitions of the time. The revived sensation that seeps off the yellowed pages.

One last question … May I? Of course.

Why are you writing about Kienholz? While I was viewing the exhibition, I felt a sensation of turmoil and restlessness. It was a sort of powerful self-identification. The momentary loss of boundaries between the work and my feelings.

It was something that totally transcended the theme of the critique of the American system.

It was to do more with those films (naturally viewed after Five Car Stud; the exhibit is designed in an intelligent way, the reactions of visitors well-calibrated): seeing the way Kienholz worked unleashed in me a great desire to create: in spite of the very important political content, what struck me the most was the self-identification with Edward and Nancy Kienholz’s liberating act of creating. I understood, intuited, how much aesthetic was their search, despite the apparent contradiction of the use of discarded objects. In sum, the archived black and white footage shook me. It is apparently the most placid part of the exhibit: in reality it is the strongest; the footage sticks to the screen. The miracle of Kienholz, for me, is to let the artistic form win, which is, above all, a full aesthetic act, with important content.

The exhibit is open until March. The rest of Milan is also worthy of a trip, especially at this time of the year. I won’t add anything else.

That’s good, thanks.