La paura crea confini. Ma fa ripensare l’arte

La paura crea confini. Ma fa ripensare l’arte – La Terra Inquieta di Massimiliano Gioni alla Triennale 

by Beatrice Gaspari

MILANO – Leggevo recentemente Kurt Vonnegut, “Quando siete felici, fateci caso”. È la raccolta dei discorsi tenuti ai laureati di alcune università americane tra il 1978 e il 2004, pubblicata in Italia da Minimum Fax. I discorsi (in America conosciuti come commencement speeches) hanno un carattere universale, provocatorio in maniera sorridente. A pagina 90 si fa notare come le persone si sentano spesso inadeguate quando vanno a vedere mostre di arte contemporanea:

«Uno dei principali impieghi delle arti in questo e altri paesi moderni è confondere le persone prive di istruzione, potere e ricchezza. Qui mi riferisco all’arte costosa […] Parlo dell’arte sponsorizzata dai dittatori, dagli arrampicatori sociali e dai multimilionari […] Nei musei e nei teatri le persone comuni sembrano sempre pulcini bagnati […] Barcollano in preda all’apatia».

A chi si è trovato anche soltanto una volta senza parole per descrivere una mostra d’arte contemporanea, a chi è uscito da un museo confessando magari solo a se stesso di averlo trovato incomprensibile, mi sentirei oggi di consigliare – in caso desideri rappacificarsi col genere – di andare a vedere ”La Terra Inquieta”.

Curata da Massimiliano Gioni (curatore fra l’altro della cinquantacinquesima edizione della Biennale), e promossa dalla Triennale e dalla Fondazione Nicola Trussardi, “La Terra Inquieta” prende in prestito il titolo da una raccolta di poesie dello scrittore e poeta caraibico Édouard Glissant. Si palesa, appena leggo il titolo, un’immagine: un animale imbizzarrito che si scrolla di dosso qualcosa di fastidioso. Come durante i terremoti, si è in presenza di una forza oscura e invincibile che scuote lontano da sé le creature, riconfermate nella loro piccolezza.

Se visti dall’alto, i fenomeni migratori non sono dissimili dai terremoti: uomini che si muovono come formiche, spinti da una pluralità di forze.

Sapevo, quando ho pagato il biglietto di ingresso, che la mostra ospitava più di sessanta artisti, provenienti da più di quaranta paesi. Sapevo che si parlava di contemporaneità e che si utilizzava, per farlo, un tema specifico come catalizzatore: le migrazioni. Immigrazioni ed emigrazioni, presenza fissa sui giornali, trattate spesso in maniera statica. O relegate a nicchie di espressione artistica alternativa, ai margini. Poco presenti nell’arte ”sponsorizzata dai multimilionari”, per dirla con Vonnegut.

Questa mostra – avevo letto – faceva passare i fenomeni migratori, con la loro violenza urgenza e carico di responsabilità, per le porte ufficiali della Triennale.

Volevo vederla.

Ora però qualche domanda e risposta.
L’allestimento?
Volutamente non è stato esposto soltanto materiale artistico. La mostra trabocca di documenti storici, di elementi di cultura materiale e visiva che hanno la funzione di testimoniare. Mi riferisco ad esempio alla lettera di Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa. Alle foto scattate a inizio Novecento da Lewis Hine e Augustus Sherman. Alle copertine della “Domenica del Corriere” che ritraevano con pàthos episodi –spesso tragici – di migrazioni.

Perché accostare non arte all’arte in una mostra d’arte?
Credo per offrire una pluralità di punti di vista.

Il percorso di visita: cosa si prova?
La mostra comincia in un modo e finisce in maniera completamente diversa. Sembra studiata per far sperimentare una climax ascendente di tensione.

I nuclei tematici: ci sono?
Sì, almeno cinque: il conflitto in Siria, lo stato di emergenza che si riscontra a Lampedusa, la vita che si vive nei campi profughi, la figura del nomade e dell’apolide nella storia, la migrazione italiana all’inizio del‘900.

Le sensazioni all’uscita?
Non potevo farmi schermo dietro al fatto di non capire alcune opere, non avendone studiato a fondo la poetica autoriale. L’urgenza che le pervadeva, il fatto che fossero questione di vita o morte, era evidente. La valenza artistica delle opere ha poi avuto su di me una carica magnetica. Il senso di responsabilità si è unito a una sensazione di appagamento estetico.

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Qualche considerazione fatta durante o dopo (o prima)?
L’accento posto più sulla produzione culturale che sulla cronaca (tuttavia senza escludere quest’ultima: le copertine dei giornali vanno in quella direzione) sembrano conferire all’artista il ruolo di testimone. L’arte viene restituita del compito di raccontare i cambiamenti sociali e politici della realtà. Vorrei citare alcune dichiarazioni che ho letto…

Di’ pure:
Pare che Beatrice Trussardi abbia detto che il tema delle migrazioni è trattato come un’urgenza, oggi. «Ma di fatto le migrazioni avvengono da che esiste l’uomo».
Pare che Massimiliano Gioni abbia dichiarato al suo intervistatore di “Artribune” che si tratta di una grande mostra a tema di arte contemporanea, e che «a Milano se ne è persa completamente tradizione».

Ma in definitiva, non è cosa già sentita?
No, perché (anche perché) dimostra una rinnovata fiducia nella responsabilità dell’arte. L’idea è che l’arte possa fornire nuovi mezzi interpretativi per comprendere la realtà. L’arte può raccontare un’esperienza in maniere tali da renderla condivisibile. In un momento in cui l’arte contemporanea sembra agli occhi dei più non avere un senso, non è cosa da poco.

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Gli artisti?
Ecco, la mostra spinge a chiedere: qual è il ruolo dell’artista al cospetto della storia? Potrebbe essere quello di ricostruire narrazioni personali, e così facendo, di svelare la specificità (e quindi la faziosità) delle stesse singole narrazioni.

Una mostra per vedere il mondo (una fetta di mondo, che è anche la nostra: pensiamo a Lampedusa, a Milano). Come è il mondo visto dalla mostra?
Sembra che la mostra dica: appare anacronistica l’idea che si possa immaginare un futuro senza confini.

Finale a tua scelta:
La mostra costringe a sforzarsi di capire. Le opere sono più o meno complesse. Ci vuole umiltà e studio nell’accostarvisi, così come ce ne vuole per accostarsi alla contemporaneità.
Arte contemporanea: e se fosse uno strumento per capirla, la contemporaneità?


www.triennale.org

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