Le cose che verranno (2016) di Mia Hansen-Løve

Le cose che verranno (2016) di Mia Hansen-Løve

by Gianpietro Miolato

VICENZA – Nell’analizzare la vicenda di una professoressa di filosofia alle prese con la separazione dal marito e la morte della madre, la regista francese dirige un film senza reale sviluppo narrativo, in cui il dipanarsi della vicenda si realizza mediante sequenze (quasi) del tutto indipendenti tra loro, in una sorta di album di disegni giustapposti.

Si possono tuttavia distinguere tre blocchi narrativi principali che sostanziano l’azione e la psicologia dei personaggi.

Nel primo, Nathalie (Isabelle Huppert) è presentata negli aspetti quotidiani dell’esistenza, siano essi legati a relazioni di natura familiare (il rapporto presente ma non idilliaco col marito Heinz ed i figli, le problematiche con la madre Yvett) o di natura professionale (l’intransigente insegnamento al liceo, la fermezza nella casa editrice, il rapporto con un ex-allievo Fabien ora ricercatore). Questa prima sezione pone le basi dello statuto del personaggio, con relative attenzioni focalizzate sull’autocontrollo della protagonista e sul conseguente distacco emotivo da quanto la circonda, per poi provare a modificare quanto mostrato con i cambiamenti cui Nathalie è costretta a far fronte.

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Questo ci accompagna al secondo blocco narrativo in cui la protagonista affronta l’abbandono del marito (André Marcon) e la morte della madre (Edith Scob). Causato da una crisi di mezza età il primo e da una malattia la seconda (Heinz si innamora di una donna più giovane, mentre la madre è affetta da depressione), l’allontanamento porta Nathalie a chiedersi come proseguire la propria esistenza alla luce di una libertà tanto nuova quanto inaspettata. In questo senso, perciò, la professoressa compie delle azioni che dovrebbero mettere in evidenza una possibile evoluzione (la visita all’ex-allievo nella campagna francese) senza però sortire l’effetto aspettato.

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Quando Nathalie incontra l’ex-allievo (Roman Kolinka) o affronta il funerale della madre non c’è una reale partecipazione emotiva a quanto le sta attorno. In questo senso è emblematica la breve sequenza in cui la professoressa cammina per le strade di Parigi dopo aver saputo della morte della genitrice: la Huppert procede lentamente, con lo sguardo nel vuoto, restando impassibile. Noi spettatori osserviamo una donna che cammina spaesata ma senza sintomi di una possibile disperazione pronta ad esplodere (per un rapido confronto, sempre in ambito di abbandoni, una scena simile è presente in La vita di Adele di Abdellatif Kechiche, quando Adele viene lasciata da Emma; in essa, però, e a differenza di Le cose che verranno, la disperazione dovuta alla perdita è assoluta).

Alla luce di ciò si coglie un’ambiguità non indifferente sullo statuto narrativo di quanto viene mostrato. Se è pur vero che le modifiche della situazione iniziale date dagli abbandoni di cui sopra convergono in una struttura propriamente narrativa, è altrettanto vero che non è stabilito con certezza quale sia l’approdo evolutivo della protagonista. In questo senso una certa conferma si trova nelle sequenze dei confronti con l’ex-allievo: se di primo acchito indicare che il ragazzo è stato il miglior allievo di Nathalie dà adito ad una possibile vicinanza emotivo-ideale, è altrettanto vero che, nell’ultimo incontro, ciascuno dei due protagonisti resta sulla propria posizione e non si ha un reale avvicinamento (Fabien accusa la professoressa d’essere una rivoluzionaria borghese; Nathalie risponde che credeva di aver insegnato al giovane a pensare con la propria testa, senza preconcetti inculcati da altri).

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Si arriva dunque al terzo blocco narrativo: l’epilogo. In esso le redini familiari (marito escluso) sono confermate, senza però che nulla sia veramente cambiato e senza che gli avvenimenti mostrati fino a quel momento abbiano influito sulle vicende dei protagonisti (salvo una variazione scenografica data dalla mancanza di una serie di libri che Heinz prende prima di andarsene, e l’arrivo di una nipote per la protagonista).

Per ciò che concerne l’aspetto tecnico mi pare importante sottolineare che, sempre nell’ottica di una certa ambiguità narrativa, anche le inquadrature concorrono a non fornire coordinate precise sulla visione: il film è composto per la quasi totalità da primissimi piani, primi piani, figure intere e totali, inquadrature che presuppongono il protagonismo dei personaggi rispetto agli ambienti (in questo caso Nathalie), per evidenziarne gli aspetti interiori ed evolutivi. Nel film questo uso delle inquadrature non evidenzia nulla di tutto ciò, dal momento che non assistiamo a rilevanti modifiche comportamentali della protagonista rispetto agli snodi diegetici che affronta.

Il film si rivela dunque il ritratto di una donna coerente e determinata, che non cede ai compromessi e non fornisce facili appigli identificativi allo spettatore. Per fortuna.

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