Annabelle 2: l’horror senza loda e senza infamia

Annabelle 2: l’horror senza loda e senza infamia

by Gianpietro Miolato

VICENZA – “Annabelle 2: Creation” si pone sia come prequel di “Annabelle” (2014) di John R. Leonetti, sia come primo capitolo in ordine temporale dell’intera saga di “The Conjuring”.

Benché il film abbia una trama indipendente, la posizione temporale non è ininfluente in quanto i rimandi agli altri capitoli del franchise sono molteplici ed evidenziano un ammiccamento rivolto allo spettatore più accorto (tra tutti, la suora demoniaca di “The Conjuring 2”).

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Una scena del film

La serialità è dunque alla base del film di  David F. Sandberg e, continuando la fortunata formula della storia di fantasmi ispirata (‘tratta da’ pare eccessivo) a fatti realmente avvenuti, è legittimo domandarsi in quale modo e perché il film riscuota così tanti consensi.

Gli elementi parrebbero due: da una parte, la conferma di topoi standard a film di tematica soprannaturale; dall’altra, un approccio tecnico che renda quegli stessi topoi apparentemente (e visivamente) nuovi.

Per dar ragione del primo elemento Sandberg – coadiuvato in maniera non indifferente dell’artefice dell’intera saga James Wan, qui in veste di produttore – tripartisce il film in nuclei netti e distinti, ai quali aggiunge un prologo (per spiegare la nascita della possessione della bambola con la morte della figlia dei protagonisti, Annabelle ‘Bee’/Samara Lee) ed un epilogo (con l’assassinio dei coniugi Higgins per riallacciare il film al primo capitolo e, di conseguenza, alle restanti pellicole). A ciò si aggiunge una costruzione interna alle singole macro-sequenze basata su un efficace, quanto immediato, gioco di anticipazione, soddisfazione e risoluzione. Vediamo dunque nella prima parte l’arrivo delle orfane nella fattoria Mullins, che serve per contestualizzare ed anticipare gli snodi narrativi. A questa segue la seconda parte con la manifestazione del demone e la possessione di Janice (Talitha Bateman), a mo’ di soddisfazione. E per finire subentra la terza ed ultima parte che risolve la trama con lo scontro tra le ragazze e Janice, e con la successiva fuga della piccola. Questo vale per la struttura.

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Una foto dal set

Per la messa in scena, ovvero per la componente tecnica, Sandberg propone una filmazione claustrofobica ed opprimente, grazie all’utilizzo di scene girate quasi esclusivamente in interni (la casa e il fienile) e con l’ausilio di inquadrature che estremizzano e dilatano le sequenze tese a spaventare: ad esempio, la possessione di Janice è emblematica considerata la bipartizione dentro alla stanza di Annabelle e lungo le scale, e considerato l’uso del montascale anticipato ad inizio film. Se l’obiettivo di incutere una buona dose di terrore è raggiunto (almeno in chi scrive) è pur vero che non si tratta di un approccio innovativo in termini assoluti, quanto meno non dopo la visione di “Ju-on” (2000) di Takashi Shimizu e di “Ring” (1998) di Hideo Nakata.

In questo senso suscitano più interesse le poche sequenze girate in esterni, nelle quali il terrore si rivela più opprimente ed indefinito perché non limitato alla semplice sfera casalinga ed infatti la spinta della carrozzina di Janice dentro al fienile e il lancio di Annabelle nel pozzo non lasciano indifferenti.

Sandberg (già regista dell’interessante “Lights Out. Terrore nel buio” del 2016) costruisce comunque con efficacia un clima ammorbato e soffocante (come nella sequenza del nascondimento sotto le scale di Linda/Lulu Wilson) e in questo è aiutato dalla fotografia di Maxime Alexandre, dalla musica di Benjamin Wallfisch e dal montaggio di Michel Aller, che restituiscono con credibilità il contesto agreste anni ’50 e rendono immediati gli intenti terrificanti.

Analisi sociologiche mi paiono eccessive per il film, e forse è proprio in questo che sta il vero punto di forza dell’intera saga. “Annabelle 2” non si pone apparenti intenti critici sulla società contemporanea, così come non se li ponevano i primi due capitoli di “The Conjuring”. Senza scomodare horror politici anni ’70 – ’80 diretti da nomi quali Cronenberg, Romero e Carpenter, basti effettuare un rapido confronto con un caso cinematografico di pochi anni fa: “Paranormal Activity” (2007) di Oren Peli. A ben guardarlo più che un film su una casa infestata, la pellicola di Peli è una disamina spietata dello sgretolamento di una coppia da un punto di osservazione distaccato e neutro come quello delle telecamere. In “Annabelle 2” non c’è nulla di tutto ciò. L’intento è teso al puro intrattenimento, né più né meno. E in questo va riconosciuta una certa onestà non disprezzabile.

Nulla di nuovo, dunque, ma considerati i prossimi film in uscita (“The Conjuring 3” e “The Crooked Man” sono in sviluppo, mentre “The Nun” uscirà nel 2018) tanto basta per trasformare la saga in una delle più redditizie di sempre del genere horror. Con benestare del pubblico e buona pace dei critici.

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