Notizie dal TIFF 2017. 1

Notizie dal TIFF 2017

by Sebastiano Bazzichetto

Dopo gli splendori lagunari del Festival del Cinema di Venezia e prima che i riflettori si accendano sulla kermesse capitolina, anche quest’anno il Toronto International Film Festival ha invaso la capitale dell’Ontario con attori, registi, cene di gala, eventi e una moltitudine di lungo e cortometraggi. Siamo andati ad intervistare per voi due giovani cineasti italiani, Adriano Valerio e Andrea Pallaoro.

“Mon amour, mon ami”: l’amore ai tempi di… 

TORONTO – Il documentario breve (una quindicina di minuti) di Adriano Valerio parla di un amore che forse non è mai stato consumato, ma questo poco importa. Ancor più, parla di una relazione tra un uomo marocchino e una donna italiana, della loro amicizia, dei modi (scelti, frammentati, a tratti disarmanti) in cui il loro rapporto si è sviluppato e si articola.
Il corto del regista milanese potrebbe essere definito uno spaccato di vita che fotografa amori, dissapori, emozioni, sensazioni, ribattezzato con tanti titoli data la fitta matassa di tematiche che si presentano allo spettatore.

adriano v

Il regista Adriano Valerio

In un contesto di disagio e di emarginazione – i protagonisti da molti potrebbero essere considerati gli ultimi fra gli ultimi – compaiono le pagine di una album fotografico luminoso, fatto di risate e di condivisione tra due esseri umani.

Già dal titolo del tuo lavoro risuonano le parole cantate da Marie Laforêt. Perché questa scelta? E perché mettere a dialogare proprio quella canzone con la storia che racconti al pubblico?
E’ un legame personale quello che io ho con questa canzone, una canzone che adoro e che avevo già provato ad inserire nel mio ultimo lungometraggio. Credo che abbia un trasporto raro; uno di quei testi che senti una volta e poi ti rimane. C’è una dimensione fondamentale che andava raccontata, breve ed efficace, che è la dimensione di gioia e follia che ha contaminato i protagonisti in un certo momento della loro relazione. Ci tenevo ad inserire la passione per la vita che si  sono riusciti a dare vicendevolmente, in un momento in cui tutti i loro sensi erano spenti.

Quella che racconti non è una fiaba, è in realtà una storia complessa, pesante. Come ci sei riuscito?
Ho cercato di raccontarla in maniera rispettosa del dolore di queste persone, senza voyeurismo. Secondo me è importante sia perché è quello che è avvenuto nella loro relazione sia per avere una visione del mondo che li riscatti. Il momento un po’ magico con le luci e l’esplosione di ritmo e di musica può sembrare un contrasto molto evidente con quella che è la realtà.

Per Platone nel Simposio l’amore è una forma per raggiungere una conoscenza superiore. C’è conoscenza in questo film?
Ti rispondo pensando a Lee Masters e alla sua Antologia di Spoon River. Penso che la vera essenza di questo amore sia che entrambi sono riusciti a riscattare l’altro da una bidimensionalità che gli era stata in una qualche maniera conferita dalle dinamiche del “villaggio”, come in Spoon River. Masters racconta quella terza dimensione che è nascosta agli occhi di tutti, i segreti, i non detti, le ossessioni, le passioni recondite. Loro sono considerati dei marginali, ma al di là dei problemi di alcolismo, droga o altro sono riusciti ad attribuirsi una tridimensionalità. E’ questo il loro amore.

Senza ombra di dubbio è un film molto denso e ricco di temi.
Sì, certo. L’amore ai tempi dei permessi di soggiorno, dell’immigrazione e così via. Ovviamente immigrazione e immigrato diventano categorie che fagocitano la storia, ma io in realtà non ho pensato di fare un film sull’immigrazione. Come in tutti i miei film, sono più un osservatore che un pensatore. Ad un certo punto mi trovo inevitabilmente a dover raccontare una storia. E’ una chiamata molto istintiva.

Qual è il messaggio per il pubblico?
Non c’è un messaggio ma c’è della speranza. La mia speranza è che il passaggio dalla bidimensionalità alla tridimensionalità tocchi lo spettatore, che la gente guardi alla loro storia con occhi diversi, in maniera più complessa, senza perdere la sensibilità di osservare e capire il dolore degli altri.

In quanto tempo è stato girato il film?
Cinque giorni di riprese.

Una pellicola girata con mezzi apparentemente semplici. Qual è stato il costo maggiore per produrre questo documentario?
Un corto fatto a bassissimi costi, vero, e con un impiego minimo di persone. A parte un assistente operatore, metà del budget se n’è andato per i diritti della canzone della Laforêt.

Continuerai il progetto su queste due persone?
Quando lei mi ha detto, «Mah, io lo sposo» ho preso un po’ paura. Mi sono sentito di dirle che è il cinema che deve seguire la vita, non il contrario. Vedremo che cosa accadrà nelle loro vite.

E noi non possiamo che aspettare. 

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