Con Charlotte Rampling alla ricerca di sé

Notizie dal TIFF 2017. 2

Con Charlotte Rampling alla ricerca di sé

by Sebastiano Bazzichetto

TORONTO – “Hannah” è il paesaggio dell’anima di una composta donna delle pulizie il cui marito viene incarcerato. Impersonata da una poliedrica e magistrale Charlotte Rampling, Hannah perlustra la propria esistenza con dignità e drammatica umanità, conducendo un’esistenza dedicata all’attenzione per gli altri, apparentemente dimentica di se stessa.

Cominciamo dal titolo, chiaramente un palindromo: perché?
Perché è un titolo che non si sa se si può prendere da una parte o dall’altra. E’ un po’ come si sente la protagonista: disorientata, non sa che cosa credere, non sa da che parte iniziare ad affrontare quello che le sta precipitando addosso. E’ un titolo che immagina e propone diversi percorsi e diverse chiavi di lettura.

Hannah è una donna che ha molte relazioni ma, allo stesso tempo, non ne ha nessuna, un fattore drammaticamente attuale.
Verissimo. E’ un film che richiede molto da parte dello spettatore, di fare un percorso indipendente e tutto suo. Non è un film che dice cosa provare, ma anzi è il contrario. Per me era fondamentale che lo spettatore potesse riflettersi nel personaggio in maniera indipendente, capire se stesso in questo approccio perché è questa la vera catarsi a cui aspiro. La catarsi di potersi riconoscere e di potersi capire. Questo è quello che cerco nel cinema e che voglio offrire allo spettatore.

Che valore affidi alle scene in metropolitana, una metropolitana caotica, rumorosa e viva?
La metropolitana è sotterranea ed è presente nei momenti in cui Hannah osserva e si interfaccia con il mondo attorno a lei mantenendo comunque una sua anonimità. E’ attraverso le scene in metropolitana che vediamo come lei si relaziona con il mondo. Il fatto che non sia un ambiente all’aperto penso sia stata una scelta più emotiva ma ugualmente importante per Hannah e per me.

74a Mostra del Cinema. Photocall "Hanna". regia di Andrea Pallaoro con Charlotte Rampling

Charlotte Rampling e Andrea Pallaoro a Venezia 2017

Dici ‘per me’. Quanto c’è di te in questo film?
Quando si fanno dei film così personali indirettamente parliamo sempre di noi stessi. Quindi è un film in cui mi identifico molto. Mi identifico molto nel personaggio di Hannah. Per me uno degli impulsi principali per girare questa pellicola è stata la domanda: ‘che cosa succede dopo 40 o 50 anni di vita condivisa con una persona con cui ti sei identificato? Cosa succede quando si scopre qualcosa che sconvolge tutto?’. Questa è una domanda che mi mette paura, a cui non riesco a rispondere. E’ un voler interrogare me stesso, attraverso il disorientamento e la sofferenza di questa donna, della sua incapacità di identificarsi in questo dramma.

Alla fine, Hannah trova dietro un armadio in camera da letto una busta il cui contenuto resta ignoto alla spettatore. C’è una continua dinamica di apertura e contrazione dal punto di vista del ritmo del film, simile al movimento di una medusa.
Decisamente sì. E’ molto tantrico: è un movimento a doppio filo che si separa e si riunisce più volte nel film. Il fatto che non vedremo mai il contenuto di quella busta è stato fondamentale fin dall’inizio perché volevo che lo spettatore ci mettesse dentro quello che voleva. Se avessimo rivelato quello che la busta contiene il film avrebbe perso la sua forza, una forza che è quella di restare completamente dentro di lei, senza superflue esplicitazioni narrative o il bisogno di arrivare a conclusioni.

Ad un certo punto compare un capodoglio arenato. Puro caso? Un lontano riferimento felliniano?
Lo volevo e l’ho voluto. Questa è una delle prime scene che ho scritto. Per me era importante trovare qualcosa in cui Hannah potesse vedersi riflessa. La balena evoca il suo mondo interiore. E’ qualcosa che è successo a me: io avuto modo di vedere una balena spiaggiata e di provare una forte scossa emotiva, positiva e negativa. Mi è venuto naturale riproporre questo avvenimento, questo incontro.

C’è un altro animale molto importante nel film che è il cane. L’unica connessione affettiva che ha la protagonista.
Certo, il cane è fondamentale nel film: insieme a Nicholas, il bambino cieco che Hannah accudisce, è l’unico legame affettivo che lei ha.

Com’è stato lavorare con un’attrice leggendaria come Charlotte Rampling?
E’ stata l’esperienza più significativa della mia vita professionale. Charlotte ha questo modo di arrivare alla verità del personaggio e lo fa con un coraggio, una generosità ed un rigore estremi. Io ho scritto la sceneggiatura per lei, quindi aver avuto la sua collaborazione è stato fondamentale, oltre che un’esperienza appagante e un grandissimo piacere.

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