Siamo a Tokyo? No, nel cuore di Venezia

Siamo a Tokyo? No, nel cuore di Venezia

by Olimpia Bazzichetto

VENEZIA – Ebbene sì, ci troviamo nel Museo d’Arte Orientale di Venezia e più precisamente al terzo piano di Ca’ Pesaro, splendido palazzo del ‘600 lagunare.

La collezione esposta è degna di tutta la nostra attenzione e la sua storia merita di essere raccontata. Il protagonista è il Principe Enrico II di Borbone (1851-1906) e a lui dobbiamo il nostro museo.

ca' pesaro

Dettaglio della facciata di Ca’ Pesaro dove è ospitato il Museo d’Arte Orientale

È il 1887, anno in cui Enrico decide di intraprendere un viaggio intorno al mondo che lo porterà ad esplorare Indonesia, Cina e Giappone, le terre del Sol Levante. Parte dal porto di Trieste accompagnato dalla consorte Adelgonda di Braganza e un ristretto seguito. Una volta arrivati in Giappone, nel 1889, vi soggiorneranno per ben nove mesi. Proprio qui, Enrico, acquisterà tutto ciò che di nipponico riesce a portare con sé: ventagli, tessuti, sculture, porcellane, armi, lacche, fotografie, disegni, dipinti e molto altro. Ripartirà facendo vela su Honolulu, attraverserà l’America fino a raggiungere New York per poi rientrare in Europa salpando dal porto di Southampton.

HIroshige_shiagawa_1855

Hiroshige, Shinagawa Shiohi No Zu (La bassa marea a Shinagawa), editore Yorozuya Kichibei, 1855. Parte di un trittico.

Più di 30.000 pezzi toccheranno il suolo italico. Verranno sistemati dapprima a Palazzo Vendramin Calergi, dove il Conte di Bardi risiede e vuole venga allestita un’esposizione permanente. L’intento è quello di creare una wunderkammer che possa catturare il visitatore, per la quantità di oggetti esposti, e capace di immergerlo totalmente nella cultura orientale. Perfino i caminetti vengono occupati dalla miriade di oggetti provenienti da luoghi favolosi e, allora, poco conosciuti.

Kiomono_giappone_XIX sec

Kimono in damasco di seta bianco con ricami in oro e seta, raffiguranti canne di bambù e oche selvatiche (particolare). Giappone, XIX sec., inv. 1310.

Nel 1905 (o forse 1906, la data esatta è oggetto di dibattito) – anno della morte del principe – le sorti della collezione sembrano vacillare. Adelgonda decide di cedere tutti i pezzi all’antiquario viennese Trau. Inizia così la cosiddetta “selezione alla rovescia”: l’antiquario infatti, nel rispetto della sua professione, vende alcuni oggetti. Ma accade un evento imprevedibile che cambierà il destino della raccolta: lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Ecco, quindi, che le vendite si fermano e, subito dopo la vittoria italiana, la collezione ritorna in patria come conto riparazione dei danni di guerra.

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Usignolo su ramo di pruno fiorito. Inchiostro e colori su carta, decorazione interna della portantina per dama, “onna norimono”, seconda metà del XVIII sec.

Nell’anno 1928, grazie ad una convenzione tra Stato e Comune di Venezia, il museo viene aperto ed ha sede a Ca’ Pesaro dove la collezione era già stata precedentemente portata.

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Tsukioka Yoshitoshi, xilografia policroma dalla serie “Fuzoku Sanjuni So”, 1888. Inchiostro e pigmenti su carta.

A Nino Barbantini (1884 – 1952), noto critico d’arte di origini ferraresi, verrà affidato il compito di allestire la collezione presso il palazzo veneziano, attuale sede del museo civico d’Arte Moderna.

Prossimamente il Museo avrà una sua sede propria e sarà trasferito nell’ex chiesa di San Gregorio. Tutto questo non sarebbe possibile senza la valorizzazione e il supporto economico che lo Stato ha posto nei confronti dell’istituto museale e della sua collezione. L’augurio è che si possa fruire al meglio di un Museo così ricco di opere che incantano sia i visitatori italiani che stranieri.


[Museo d’Arte Orientale – Venezia]

Tutte le immagini sono su gentile concessione del Polo Museale Veneto, Museo d’Arte Orientale – Venezia

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